Il nome della cosa: una rassegna critica (2025)

Negli ultimi trent’anni l’affermazione delle tecnologie digitali, l’uso estensivo dei social e il relativo ricorso massivo alla produzione di immagini via smartphone, ha determinato un inedito scenario connotato da una frattura radicale nei modi di produzione, circolazione e fruizione delle immagini del mondo.   Questo stato di cose ha innescato un’ampia riflessione relativa al loro possibile statuto di descrizioni o rappresentazioni del reale, quindi sul loro valore di testimonianza veridica e affidabile; quella che al tempo della fotografia (ottico chimica: analogica) si fondava sul riconoscimento del suo valore indicale di traccia; sulla sua ineluttabile certificazione (in modi culturalmente e tecnologicamente variati), che ciò che essa mostrava era – inevitabilmente – stato. Per indicare questo nuovo scenario fatto di immagini ubique e smaterializzate (almeno percettivamente), che possono avere  una sempre più labile relazione causale con il rappresentato, si è fatto ricorso a termini  diversi, tra i quali è prevalso quello di “postfotografico”. Il suo successo mediatico e accademico sembra però avere basi  più convenzionali che sostanziali;  frutto poco meditato di una riflessione tanto ampia quanto, a volte, superficiale o non criticamente fondata delle caratteristiche distintive di questo ambiente e delle immagini che lo popolano. Particolarmente insoddisfacente risulta in particolare la verifica teorica delle conseguenze derivate dal confronto con le modalità fotografiche di registrazione e rappresentazione, rispetto alle quali non è stata colta o sufficientemente considerata la frattura ontologica che distingue le immagini digitali, sebbene queste siano considerate anche come raffigurazioni del possibile.

Sintomo evidente di questa insufficienza pare essere proprio la proposta terminologica, che col risolvere l’identificazione nominale ricorrendo all’apposizione del prefisso “post”, oltre ad esprimere (paradossalmente) un sentimento nostalgico, offre implicitamente un’interpretazione evoluzionistica, quasi ‘naturale’ (natura non facit saltus) del fenomeno e delle sue figure, celando le radicali, paradigmatiche differenze tra queste categorie di immagini, nonostante le superficiali apparenze. Nelle pagine che seguono si è tentato di dar conto della pluralità di posizioni, a volte anche intrinsecamente contraddittorie o non risolte, che hanno contribuito al dibattito ancora in corso sulla natura e le caratteristiche di queste immagini digitali che ci appaiono come fotografie ma sono elaborate da algoritmi.  Lo si è fatto cercando di lasciare il maggior spazio possibile alle singole voci autoriali, affidando al disegno della loro messa a registro e a confronto l’esplicitazione della   posizione critica di chi scrive, nella speranza che questo breve testo  possa contribuire a precisare il percorso che deve necessariamente portare a meglio definire le caratteristiche ontologiche  di queste immagini già nuove, inedite, e per conseguenza individuare  (inventare o forse scoprire) il termine più adatto per identificarle: per riuscire infine a trovare il nome della cosa.

 

 

 

 

 

 

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Prima del post: l’immagine digitale

 

 

Il termine postfotografia, come è noto, venne introdotto da David Tomas  nel 1988  per indicare una  “‘pratica post-fotografica’ radicalmente diversa da quella corrente, basata su un approccio ecologico alla produzione di immagini in una certa cultura”[1]; qualcosa quindi di paradigmaticamente diverso dall’accezione che lo stesso termine ha assunto dopo la svolta digitale e forse  influenzato dalle riflessioni di Vilém Flusser (1986), che qualificava le fotografie come “oggetti della cultura postindustriale, in cui il lavoro è svolto da apparati automatici”. Tomas si concentrava sul compito da assegnare a una “postfotografia” ancora e inevitabilmente analogica: quello di esplorare e trasformare “criticamente i contesti storici e contemporanei che definiscono l’attuale produzione di immagini in una cultura.” Nulla a che vedere quindi – in termini di senso e di significato – con l’adozione di poco successiva dello stesso termine da parte di William J. Mitchell (1992), né tanto meno con la fortuna che esso ha assunto nella pubblicistica come nella riflessione teorica degli ultimi anni.  Proprio in apertura del suo saggio Mitchell notava che “potremmo scegliere di considerare l’immagine digitalmente codificata semplicemente come una nuova forma non chimica di fotografia, proprio come l’automobile era inizialmente vista come una carrozza senza cavalli… Ma tali metafore oscurano l’importanza di questo nuovo modello informazionale e le sue vaste conseguenze per la cultura visiva. Sebbene un’immagine digitale possa apparire proprio come una fotografia quando viene pubblicata su un giornale, in realtà differisce dalle fotografie tradizionali tanto profondamente quanto una fotografia da un dipinto”[2], poiché muta radicalmente la modalità di iscrizione: “dalla fotografia come trascrizione della luce sulla superficie di un materiale fotosensibile alla fotografia quale traduzione della luce in dati digitali” (Palmer 2015).

Non interessa qui ripercorrere l’epistemologia “apocalittica” (Coulombe 2016) di Mitchell, che  dalla radicale messa in discussione della capacità indicale della fotografia conduceva a quello che – con altrettanta fortuna mediatica – definiva un regime di “post verità”; ci  limiteremo semmai a rilevarne le implicazioni ontologiche sottese alla relazione oppositiva fotografia/ dipinto, ovvero immagine analogica/ immagine digitale. Stabilito che “le fotografie sono epistemologicamente realistiche perché sono informatori affidabili in merito alle proprietà visive dei loro depicta. (…) [e] sono anche ontologicamente realistiche perché sono causalmente connesse ai loro depicta, [ne deriva che] per quanto diverse possano essere queste definizioni di realismo fotografico, esse sono intrecciate: il realismo epistemologico dipende dal realismo ontologico. Solo perché il contenuto informativo della fotografia è prodotto causalmente, la consideriamo un riflesso estremamente veritiero del mondo visivo” (Gooskens 2012).

 

 

 

 

 

potremmo scegliere di considerare l’immagine digitalmente codificata semplicemente come una nuova forma non chimica di fotografia

 

 

 

 

 

 

Come ha rilevato Antonio Somaini (2016: 147), da questo fondamentale punto di vista la  distinzione tra fotografia e immagine digitale è netta: “anche se in entrambi i casi all’origine dell’immagine vi è un’esposizione alla luce, nel primo caso abbiamo delle immagini-impronta o immagini-traccia, isomorfiche rispetto ai loro referenti esterni e prodotte in modo analogico, attraverso una serie di passaggi ottici e chimici, dall’incontro tra una superficie fotosensibile e i riflessi di luce provenienti da ciò che si è trovato in un determinato istante di fronte all’obiettivo; nel secondo caso abbiamo invece delle immagini in cui il contatto con la realtà è mediato dall’intervento di una forma di codificazione digitale dei segnali luminosi ed eventualmente di compressione secondo gli standard di un determinato formato”[3].

Geoffrey Batchen (1994) aveva invece posto la questione in altri termini, che potremmo forse etichettare come  postmodernisti, prendendo in considerazione la possibilità che “le fotografie stesse fossero mai state altro che simulazioni. Se, ad esempio, osserviamo attentamente la relazione indicale della fotografia con la realtà, la caratteristica che presumibilmente la distingue dall’immagine digitale, scopriamo che anche questa [la fotografia] non implica altro che una «segnatura di segni». In altre parole, la fotografia si rivela essere un altro processo digitale; ripresenta una realtà che è già di per sé nient’altro che un gioco di rappresentazioni. In ogni caso, le fotografie sono trasformazioni in immagine di un mondo tridimensionale, immagini che dipendono per la loro leggibilità da un insieme di convenzioni visive storicamente determinate. (…) Di fatto,  per ora, le immagini digitali rimangono dipendenti dai modi fotografici di vedere, non il contrario”.

Un modo raffinato di interrogarsi sullo statuto di veridicità della fotografia (analogica), sebbene in sostanza la questione nodale non sia questa. Semmai il confronto oppositivo tra la relazione con l’indispensabile presenza di ciò che è stato davanti al materiale fotosensibile (la referenza, sulla quale si è interrogato Jacques Derrida ([1981] 2010) e “la produzione di immagini ‘fotografiche’ che non hanno alcun referente specifico o causale nel mondo degli oggetti e degli eventi” (Lister 1995 a). Da qui la necessità di interrogarsi sul valore epistemologico e quindi etico di queste nuove figure, nelle quali il regime di verità attribuito all’immagine traccia indicale è sostituito fenomenologicamente e attivamente dall’effetto di verosimiglianza privo di relazioni causali proprio delle immagini rappresentazionali[4]. Con questo passaggio si  è  chiusa quella che Pierre Barboza (1996: 34)  ha efficacemente definito come “la parentesi indicale nella storia delle immagini”,  per aprire quella “post-fotografica”, riconoscendo cioè che la fotografia analogica è “un costrutto dell’era digitale” (Cullen 2024). Affermazione storicamente condivisibile, illuminante nella sua sostanza pleonastica e già avanzata in diversa prospettiva  da  Servanne Monjour (2018 a),  per la quale “il digitale avrebbe generato in parte, e retroattivamente, la fotografia argentica. Per definire questo fenomeno complesso e anacronistico di rimediazione[5] ‘a ritroso’, proponiamo il concetto di retromediazione.”

L’interesse per le forme storiche sarebbe così “riconducibile alla nozione stessa di ‘postfotografia’, nella misura in cui essa richiede, attraverso il suo prefisso, di pensare il contemporaneo nella condizione temporale di una conseguenza. Questa è una posizione ampiamente condivisa nel disilluso contesto di un postmodernismo avvinto nella ripetizione infinita dell’uguale o in un vertiginoso movimento di differenze, affogando in ogni caso la coscienza storica in infiniti dopo. Ma possiamo anche considerarlo diversamente, come un lampo, vale a dire uno di questi incontri dialettici della storia tra l’Allora e l’Adesso” (Han 2016) di cui aveva scritto Walter Benjamin.

 

 

 

 

 

una «segnatura di segni»

 

 

 

 

 

 

In quegli anni di fecondo dibattito la questione del ruolo centrale della storicità delle convenzioni rappresentative come elemento dirimente nella distinzione analogico/ digitale, già richiamata da Batchen,  venne affrontata da Lev Manovich (1996), che si chiedeva se “le fotografie digitali funzionano in un modo completamente diverso dalle fotografie tradizionali oppure no?   Dobbiamo accettare il fatto che l’immagine digitale rappresenti una rottura radicale con la fotografia? (…)  Il fenomeno dell’immagine digitale ci costringerà a ripensare concetti fondamentali come realismo o rappresentazione? (…) La logica della fotografia digitale è una di continuità e discontinuità storica. L’immagine digitale lacera la rete di codici semiotici, modalità di visualizzazione e modelli di spettatori nella moderna cultura visiva e, allo stesso tempo, tesse questa rete ancora più forte. L’immagine digitale annienta la fotografia mentre consolida, glorifica e immortala la fotografia. In breve, questa logica è quella della fotografia dopo la fotografia. (…) sicuramente, ciò che l’imaging digitale preserva e propaga non sono altro che i codici culturali del film o della fotografia.  (…)  Se ci limitiamo a concentrarci esclusivamente, come fa Mitchell, sui principi astratti dell’immagine digitale, allora la differenza tra questa e una fotografica appare enorme. Ma se consideriamo le concrete tecnologie digitali e i loro usi, la differenza scompare. La fotografia digitale semplicemente non esiste.” Ad analoghe conclusioni giungeva anche Tom Gunning (2006), al quale “tacciare il digitale come ‘post-fotografico’  [sembrava] non solo più polemico che descrittivo, ma anche relativamente criptico. Il trasferimento dell’informazione fotografica in un sistema basato sui numeri rappresenta certamente una tappa rivoluzionaria nella fotografia, ma non più della sostituzione del processo al collodio umido con la lastra secca (…).  Proprio come queste prime mutazioni della fotografia, la rivoluzione digitale cambierà il modo in cui scattiamo le foto, anche chi le scatta e per quali scopi, ma le foto rimarranno foto.”

Certo se fosse vero che “le foto rimarranno foto” non ci sarebbe ragione di porsi questioni ontologiche, ma non tutti concordano con queste semplificazioni e molti si chiedono –  ancora – cosa sia una fotografia e da qui sarà necessario procedere, nella convinzione che l’immagine digitale non è – in termini ontologici – una variante tipologica della fotografia. Per procedere oltre è opportuno  considerare la  questione del realismo rappresentativo della nuova categoria di figure, nella consapevolezza che “un’immagine digitale agisce (appare) come una fotografia non perché ha una relazione ontologica e causale con una cosa (ad esempio, l’oggetto fotografico); lo fa perché (…) i dati registrati dal sensore sono elaborati algoritmicamente in modo da essere percepiti dagli esseri umani come una fotografia” (Değirmenci 2017), al fine di  produrre quella che Paul Willemen (2002: 20) ha opportunamente definito “una sensazione di indessicalità”. Quella che proviamo comunemente guardando e riguardando le immagini di un progetto come The Book of Veles di Jonas Bendiksen (2021). Una conferma della crescente impossibilità (ma solo contingente, ne sono certo: oggi nessuno più fugge terrorizzato di fronte all’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat) di distinguere tra fotografie e immagini che ne simulano l’apparenza[6],  affidandosi proprio  a quel codice rappresentativo convenzionalmente più verosimile e socialmente condiviso che è il  realismo mimetico. 

 

 

il fenomeno dell’immagine digitale ci costringerà a ripensare concetti fondamentali come realismo o rappresentazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Peter Osborne ricordava a questo proposito che “la fotografia, così come l’arte, [è] un concetto storico, soggetto agli sviluppi interconnessi delle tecnologie e delle forme culturali”[7], spingendosi però sino al punto di comprendere in questo termine la “totalità storica delle forme fotografiche, o tipi di immagini prodotte in un modo o nell’altro dall’iscrizione della luce: prevalentemente, fino a poco tempo fa, la fotografia chimica naturalmente, ma anche il cinema, la televisione, il video e ora – assolutamente – la fotografia digitale, così come la fotocopia e la scansione, e persino le immagini a microonde, a infrarossi, ultravioletti e radio a onde corte”. Un “emporio celestial” per dirla con Borges (1942),  a cui mancava solo la traccia dell’abbronzatura sulla pelle per essere completo; un mare in cui annegava ogni particolarità distintiva e funzionale. Nello stesso, inaugurale numero di “Philosophy of Photography” compariva la ben più interessante proposta di Ariella Azoulay per una “ontologia politica” della fotografia, da lei già definita come “il prodotto dell’incontro di protagonisti diversi: in primis il fotografo e il fotografato, l’apparecchio fotografico e lo spettatore”[8]. Una concezione  della fotografia (come pratica e come immagine:  come oggetto sociale) che sembrava voler riunire il  modello dialogico di  Bachtin (cfr. Todorov [1981]1990),  la cooperazione interpretativa di Eco (1979) e le riflessioni sull’apparato fotografico di Flusser ([1983] 1987 a).  Da qui la constatazione problematica e feconda che “la maggior parte di, se non tutti coloro che intendono esaminare l’ontologia della fotografia (…) non sono consapevoli del fatto che ciò che designano come oggetto di discussione deriva dallo specifico campo di discorso di cui essi fanno parte (…). Inquadrare discorsivamente la fotografia in base all'(in)accessibilità della fotografia stessa cancella la discussione sulla fotografia ancor prima che inizi” (Azoulay 2010).   Ancora più esplicita e gravida di conseguenze  la posizione di Daniel Rubinstein e Katrina Sluis, per i quali “secondo il modello dialogico non può mai esserci un’interpretazione finale e definitiva di nessuna immagine perché in ogni nuova situazione, in ogni nuovo incontro con un pubblico o con degli spettatori, l’immagine acquisirà nuove interpretazioni e significati. Un’immagine non riceve il suo significato dalla sua indicalità né dalla sua iconicità, ma dalla rete di relazioni che la circonda”[9]. Sebbene gli autori si riferissero  qui esplicitamente alla “networked image“, mi pare che l’affermazione contenesse un’intenzione più generale di disconoscimento di quel valore indicale che pure ha fondato il ruolo storicamente definito delle immagini fotografiche. È certo determinante (e ormai quasi scontato) porsi il problema delle condizioni storiche, sociali, culturali e politiche di chi guarda (l’autore e lo spettatore),  ma lo è altrettanto quello di stabilire e comprendere le caratteristiche culturali e produttive, sostanzialmente ontologiche,  di ciò che viene guardato; di chiedersi ad esempio, e per iniziare,  se  e perché l’immagine digitale non sia altro che una specie di  trompe l’œil o addirittura una “allegoria”[10]; un’immagine che simula le connotazioni di una fotografia allo scopo di assumerne e condividerne lo statuto di traccia indicale veridittiva. Una mise en abyme mimetica; l’immagine di una “immagine [che] è mimesis, imitazione più o meno fedele di una realtà che le pre-esiste (…) e che sussiste indipendentemente dall’immagine che la raffigura” (Pinotti 2021: xiii), dove  “la somiglianza è produttiva [poiché] i rapporti tra gli elementi di una cosa passano direttamente tra gli elementi di un’altra cosa, che sarà poi l’immagine della prima” (Deleuze [1981] 2023: 108), anche nel caso in cui questa fosse già a sua volta un’immagine.

 

 

 

 

 

 

    chiedersi ad esempio, e per iniziare,  se  e perché l’immagine digitale

      non sia altro che una specie di  trompe l’œil o addirittura una allegoria

 

 

 

 

 

 

Se è però vero, come scrisse Jean Baudrillard  ([1995] 1996: 13), che “nel lenzuolo funebre del virtuale il cadavere del reale è definitivamente introvabile [perché] viviamo in un mondo in cui la suprema funzione del segno è quella di far scomparire la realtà e di mascherare nel contempo questa scomparsa”,  allora un’immagine digitale diventa il simulacro di una fotografia sotto il duplice aspetto della perfetta realizzazione dell’annullamento di ogni distinzione tra originale e copia e della sua apparenza percettiva, poiché “il paradosso della svolta algoritmica (…) è che mentre l’immagine diventa indecidibile e il suo significato sempre più sfuggente, essa diventa anche più visualmente seducente e tattile” (Rubinstein, Sluis 2013: 34).

Già Mitchell (1992:  4) aveva fatto notare che “un’immagine digitale può apparire proprio come una fotografia”, seguito di lì a poco da altri autori che parlavano di  “immagini in stile fotografico” (Batchen  1994),  o –  in modo più pertinente – di “simulazione digitale di fotografie ‘chimiche'”[11]. Più di recente (e maggiormente attrezzati) si è riconosciuto che “l’immagine digitale nativa è composta da un insieme di dati che ha l’aspetto di una fotografia analogica solo per convenzione. In quanto dati, le immagini non sono più definite dalla loro modalità di registrazione o dalla loro costruzione geometrica, ma dalla struttura algoritmica che conferisce loro un qualsiasi aspetto particolare” (Hoelzl, Marie 2015: 131); ovvero “quando i computer guardano una fotografia non vedono zia Helena, un tramonto o una torta di compleanno [ma] informazioni calcolabili” (Rubinstein 2013: 34).  Ciò vuol dire che “un’immagine sullo schermo di uno smartphone o di un laptop sembra una fotografia non perché ha una qualche relazione ontologica con un oggetto nel mondo, ma a causa di interventi algoritmici che assicurano che ciò che viene registrato sul sensore CCD/CMOS della fotocamera venga infine restituito  come qualcosa che un essere umano potrebbe riconoscere come una fotografia” (Rubinstein, Sluis 2013: 28), rivelando infine tutto il costrutto culturale  di questi esiti ormai abitati anche dalle “immagini generative”, prodotte da apparati completamente artificiali ma che hanno un’apparenza reale[12]. Immagini che simulano caratteristiche indicali, prodotto di un apparato del quale l’utilizzatore ignora felicemente i principi e le dinamiche di funzionamento, poiché “la materialità dell’immagine digitale  è profondamente combinata con la sua intrinseca indecidibilità e sostenuta da processi computazionali che sono in gran parte inconoscibili o inaccessibili. (…)  il punto cruciale è che l’intelligenza che fa funzionare la rete non è (o almeno non interamente) semplicemente umana. Per questo motivo sosteniamo che la materialità dell’immagine digitale non si trova nella sua aderenza indicale agli oggetti del mondo”[13].

 

 

 

 

 

quando i computer guardano una fotografia non vedono zia Helena, un tramonto o una torta di compleanno, ma informazioni calcolabili

 

 

 

 

 

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La condizione post digitale

 

 

Nel corso di un’intervista di una decina di anni fa (in Palmiéri 2014), Juan Fontcuberta rifletteva sulle connotazioni complesse di quella situazione post-fotografica che avrebbe indagato nella veste di curatore del Mois de la Photo di Montreal[14] dell’anno successivo: “Possiamo constatare  che ci troviamo in una seconda ondata, vale a dire, per quel che riguarda le conseguenze tecnologiche, quella che ci porta verso immagini smaterializzate. Immagini il cui supporto  ha perso importanza. Vivono sullo schermo del computer, sono qui, lì e da nessuna parte. Questa ubiquità dell’immagine è possibile perché essa non ha più alcuna materialità, che è ciò che ne permette la circolazione. Questa seconda rivoluzione digitale è stata la conseguenza dell’accresciuta rilevanza di Internet, dei social network, della telefonia mobile, dell’onnipresenza delle telecamere di sorveglianza e naturalmente della produzione di massa di immagini. Siamo arrivati ​​al punto in cui fotografiamo di tutto e in continuazione, così che –  paradossalmente – passiamo tutto il tempo a scattare e non ne abbiamo più a sufficienza per guardare. Abbiamo invertito il processo perché ciò che ora ci interessa non è più l’immagine come risultato, ma il gesto fotografico come atto relazionale di comunicazione. Ciò trasforma  il ruolo funzionale della foto e la sua stessa natura. (…) è tramontata l’idea di lasciare traccia del nostro momento storico, della nostra memoria, dei nostri interessi, delle nostre passioni. Sono tutte queste trasformazioni e metamorfosi che si verificano nel campo della cultura visiva che devono essere messe in discussione.” Un’utile guida alla comprensione di questa condizione complessa e dei fenomeni che la costituiscono può essere  individuata nei contributi compresi in un recente volume curato da Barbara Grespi e Federica Villa, nel quale ci si propone di osservare “l’immagine (post)fotografica contemporanea a partire da questi due poli che la alimentano e la definiscono: da un lato la macchina del digitale avanzato, che ha trasformato profondamente il modo di produzione, circolazione e fruizione delle fotografie, dall’altro le pratiche d’uso, le «posizioni» di sguardo e di intervento sulle tracce, senza le quali le immagini non acquisiscono un’esistenza nello spazio sociale. (…) Il postfotografico è una certa tendenza dell’immagine contemporanea, ma anche un complessivo scenario intermediale. Non coincide con l’idea di postfotografia (…)  ma si propone di estenderla agganciando le questioni emerse nella prima fase della digitalizzazione con quelle contemporanee dell’era virtuale e algoritmica” (Grespi, Villa 2024: 3). Un’era nella quale, “quando non è nascosta all’interno del gesto postfotografico (con l’intelligenza artificiale al lavoro dentro lo smartphone), la rivoluzione algoritmica sembra rendere obsoleto il concetto stesso del fotografare, cioè l’impiego di dispositivi di raccolta e scrittura della luce, dato che consente di creare immagini fotorealistiche direttamente dai dati”  (Grespi 2024 c: 179). Accade così che in quello che viene definito il contesto post-fotografico “le precedenti concezioni dell’immagine fotografica come unità semantica indicale, discreta e circoscritta (enframed)  risultano sempre più inadeguate quando ci si confronta con la rete, con la sua mancanza di confini, la sua simultaneità e processualità. Una conseguenza importante della diffusione della fotografia nella rete informatica è che non è più chiaro ‘dove’ si trovi l’immagine. Online non c’è un punto in cui l’immagine finisce; semmai c’è una successione infinita di costellazioni temporanee di immagini, tenute insieme da una certa correlazione di metadati, distribuzione di pixel o ricerche booleane. Le stesse tecnologie che  sottolineano la veridicità della rappresentazione producono anche le possibilità di duplicazione seriale. (…).

 

 

 

 

 

il postfotografico è una certa tendenza dell’immagine contemporanea, ma anche un complessivo scenario intermediale

 

 

 

 

 

 

Resta la domanda, per l’artista, il curatore, l’archivista, il filosofo: dov’è l’immagine? (…) Poiché l’immagine è continua, senza cornice, multipla e processuale, non può essere affrontata con gli strumenti della semiotica e dello strutturalismo che sono stati sviluppati per gestire immagini finite, circoscritte, singolari e statiche” (Rubinstein, Sluis 2013: 30-31). La smaterializzazione risulta perciò essere la condizione comune delle nuove forme di esistenza e d’uso di queste “immagini numeriche in regime post-fotografico” (Langford, Lavoie 2016). Una  definizione che già distingue nominalmente contesto di produzione/ circolazione e tipologia delle immagini che alcuni chiamano post-fotografie ed altri  postfotografie (o alternando indifferentemente i due termini), così mostrando che si tratta (anche) di una questione di tratto (e forse di tatto, non in senso aptico ma di sensibilità). Perché ci dovrà pur essere  una differenza tra “postfotografia” e “post-fotografia”, quando il termine “oltre ad essere un indicatore del passaggio dall’analogico al digitale, è arrivato a designare sia una periodizzazione storica (l’era post-fotografica) sia una cultura paradigmatica dell’immagine, che impone determinate condizioni di intelligibilità a qualsiasi rappresentazione (l’immagine post-fotografica come categoria semantica, in contrapposizione a quella fotografica kraussiana)”[15]. Il filosofico post, si potrebbe dire, avviato dal post strutturalismo e dal postmoderno; proseguito con la post storia, il post umano[16],  e poi  il post-pittorico certo, senza dimenticare però, al postutto, quel postelegrafonico che tanto sarebbe piaciuto a Totò. Non si può che constatare, qui, la pervasiva fortuna del termine che ne impone quindi l’accoglimento se non l’accettazione in termini culturali, ma credo sia necessario almeno richiamare il fatto che sarebbe più corretto parlare non di post fotografia ma di immagini prodotte e fruite in  ambiente post digitale[17], quello ” in cui la logica del digitale ha dato origine a una mentalità digitale e permea quasi ogni aspetto dell’esistenza umana” (Kölmel, Ströbele 2013: 16); quello in cui la qualificazione di ‘digitale’ “cessa di indicare una differenza e diventa semplicemente lo stato o la condizione predefinita” (Cramer, Jandrić 2021). Alcuni anni orsono Fontcuberta  ( [2016] 2018:  3) aveva affermato che “la postfotografia fa riferimento alla fotografia che fluisce nello spazio ibrido della socialità digitale e che è conseguenza della sovrabbondanza visuale. Quel villaggio globale profetizzato da Marshall McLuhan s’inscrive nell’iconosfera, che oggi non è più una mera astrazione allegorica: abitiamo l’immagine e l’immagine ci abita (…). ‘Post’ indica l’abbandono o l’allontanamento. (…) Il prefisso ‘post’ evoca anche un addio. (…)  Guardando in prospettiva alla parola ‘postfotografia’, siamo accecati dal guardare nel retrovisore ciò che lasciamo indietro e ignoriamo quello che ci si para davanti. E questo è un errore strategico, quando non addirittura una goffaggine. Perché la parola ‘postfotografia’ finisce per rappresentare non ciò che è, ma solamente ciò che non è. E in questo senso è il riflesso di un fallimento: non tanto quello del linguaggio o della classificazione, nella sua ossessione nominalista, quanto quello di un certo atteggiamento nostalgico e smarrito”. Atteggiamento che riconosciamo  però in altre sue affermazioni di poco precedenti, che  non solo definivano “la postfotografia [come] ciò che resta della fotografia”[18], ma si accompagnavano alla constatazione apparentemente contraddittoria del fatto che non si sentiva “troppo a suo agio con il termine post- che, infatti, si riferisce alla fine. Sarebbe come dire addio alla fotografia. D’altro canto penso che permetta di aprire una porta per entrare o uscire. Ciò che è importante è l’aspetto positivo che ci si attende da questo avvio.” (Fontcuberta in Palmiéri 2014).

 

 

 

 

 

 

 

online non c’è un punto in cui l’immagine finisce

 

 

 

 

 

 

Sarebbe questa la condizione post-fotografica, questa cosa che “non è uno stile, un movimento o un periodo storico” ma uno scenario popolato di “fotografie aumentate” (De Kerckhove 2015); segnato dal primato della virtualità, che assume la forma di  “uno schermo luminoso che ha un lato rivolto verso l’uomo (…) e l’altro lato collegato in remoto a un flusso inimmaginabile di dati che viene costantemente elaborato e rielaborato da algoritmi (…). Di tanto in tanto questi algoritmi estraggono alcuni pacchetti di dati (…) e danno loro una forma visiva che assomiglia a ciò che eravamo soliti chiamare ‘una fotografia’. Ma questa somiglianza è superficiale, per usare un eufemismo. (…) la parola ‘fotografia’ oggi non designa un’altra forma visiva di rappresentazione, ma un’economia immersiva, che offre un modo completamente nuovo di abitare la materialità e la sua relazione con corpi, macchine e cervelli. (…) la fotografia [è] l’incarnazione visiva dell’algoritmo” (Rubinstein 2015).  Soprattutto – come ha chiarito  Monjour (2018 b) – questa nuova tipologia di immagini  “è scrittura. Scrittura che si può cancellare e riscrivere, come un palinsesto. Le conseguenze sono potenzialmente notevoli per la fotografia: ciò che vediamo, quando guardiamo un’immagine, è infatti solo una ‘traduzione’ visiva del codice, indecifrabile come tale, ma facilmente corruttibile.”

Siamo quindi di fronte a quello che si può a ragione definire come un cambiamento di paradigma (non solo o non immediatamente epistemologico), che – al di là delle più superficiali e fenomenologiche apparenze – introduce modalità e concetti incommensurabili,  anche se qualcuno ha  sostenuto che “la transizione digitale ha avuto un impatto solo marginale sulle pratiche visive. Contrariamente alle più fosche previsioni, i giornali hanno continuato a pubblicare reportage illustrati e i genitori continuano a fotografare i loro figli. Come un’automobile che ha sostituito il motore termico con uno elettrico, la fotografia ha conservato la maggior parte delle sue funzioni. Non si è verificata alcuna catastrofe visibile, ma più prosaicamente si è assistito a un’accelerazione della razionalizzazione del settore” (Gunthert 2014).  Per altri (e sono la più parte) si è invece trattato di qualcosa di ben più profondo e radicale di una semplice razionalizzazione, perché “anche se utilizziamo gli stessi strumenti come la macchina fotografica con i suoi obiettivi, il carico di valori ideologici dell’immagine come i concetti di memoria, verità, identità risulta condiviso con altri interessi. La fotografia è entrata nel circuito comunicativo più quotidiano: la inviamo e poi la cancelliamo. È entrata in uno spazio conversazionale. Viene utilizzata come elemento di connettività con gli altri. Non le viene più attribuito il dovere della memoria, come accadeva nella fotografia tradizionale, per la quale si sviluppò un’ossessione per la verità. Oggi le scelte sono molteplici. Viene da chiedersi se si tratti ancora di fotografia o se, a poco a poco, si stia trasformando in qualcos’altro. Il corpo è ancora lì, ma l’anima non è più quella di una volta” (Fontcuberta in  Palmiéri2014). Più in particolare, più propriamente, ciò che è davvero rivoluzionario nell’avvento delle immagini digitali è il fatto che esse sono essenzialmente leggibili dalle macchine: possono essere viste dagli umani solo in determinate circostanze e per brevi periodi di tempo. Una fotografia scattata con un  telefono crea un file leggibile dalla macchina[19], ma non riflette la luce in una forma percepibile all’occhio umano. Un’applicazione secondaria, come un software per la visualizzazione di immagini associato a uno schermo a cristalli liquidi retroilluminato, può creare qualcosa che l’occhio umano può osservare, ma l’immagine appare solo temporaneamente prima di trasformarsi di nuovo nella sua forma meccanica immateriale quando il telefono viene messo via, o lo schermo è spento. Tuttavia, l’immagine non ha bisogno di essere leggibile agli umani affinché una macchina possa utilizzarla” (Paglen [2016] 2022: 43).

 

 

 

 

una fotografia scattata con un telefono crea un file leggibile dalla macchina,

ma non riflette la luce in una forma percepibile all’occhio umano

 

 

 

 

 

 

 

Dal punto di vista delle modalità rappresentative sarebbe  “l‘imaging scientifico – cioè la messa in immagine di dati sperimentali e costrutti matematici – (…) il modello della nuova fotografia, che non deve essere ritenuta del tutto disancorata dalla materia del reale (…), ma va riconosciuta come immagine modellata su indici della realtà più estesi, sia in senso quantitativo che qualitativo” (Grespi 2024 a: 13);  indici che quindi non sarebbero più da intendersi come tracce in senso peirciano, ma piuttosto rappresentazioni codificate di un qualche aspetto del reale, così che in termini di visualizzazione di dati reali non ci sarebbero differenze sostanziali tra un’immagine ‘fotografica’, una bilancia, un diagramma a torta o un termometro. L’impressione, forte, è quella di trovarsi  di fronte a un contesto discorsivo e narrativo nel quale il termine fotografia assume  funzione solo metaforica, qualcosa di analogo al dire – ad esempio – “l’ultimo rilevamento ISTAT fornisce una fotografia della società italiana”. Se concordiamo sul fatto che “il dispositivo non produce scatti ma flussi di dati”[20], allora  “la post-fotografia non richiede un apparecchio di ripresa per creare un’immagine, [ma] produce un’immagine a partire da una collezione di dati pre-esistenti”[21],  ciò che – mi pare – conferma e quasi certifica la distinzione paradigmatica, incommensurabile tra fotografia e immagine digitale, pur nelle sue diverse e distinte accezioni (se non definizioni).

Resta allora da chiedersi, e non è questione di poco conto, cosa accade quando  “slittando dalla traccia al tracciato, l’immagine pretende di essere scrittura, allo stesso modo della letteratura. Ma tra questa deindicizzazione ormai diffusa e il trionfo dell’approccio metafotografico, cosa succede allo statuto ontologico dell’immagine? La fotografia ha rinunciato definitivamente a ogni esigenza euristica di rivelazione?” (Monjour 2018 c). Messi di fronte allo scarto tra iscrizione e scrittura è necessario provarsi a fare chiarezza, a partire dalla troppo semplicistica e strumentale adozione di fungibilità terminologica tra ‘immagine’ e ‘fotografia’, disconoscendo le specificità dello statuto ontologico di quest’ultima. Per procedere oltre sarà allora necessario provarsi a verificare una delle questioni centrali dello statuto della fotografia (analogica), quello della relazione causale della traccia, dell’indicalità o indessicalità, essendo l’altro (sul quale torneremo) quello dell’irreversibilità della registrazione della traccia stessa.

 

 

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La scomparsa dell’indice[22]

 

 

Con una efficace sintesi Kris Paulsen (2018) ricordava che “quando le tecnologie digitali divennero comuni negli anni Novanta e la già tenue materialità della fotografia analogica (particelle di luce che toccavano l’emulsione) divenne ancora più attenuata (sensori elettronici che leggevano e traducevano informazioni ambientali), l’indessicalità e la qualità probatoria della fotografia furono messe in discussione. Senza il contatto fisico, alcuni temevano che la fotografia avrebbe perso la sua indessicalità e la sua certezza probatoria. Inoltre, le tecnologie digitali stavano diventando così brave a simulare l’aspetto delle fotografie o ad alterare invisibilmente le immagini fotografiche che non c’era più modo di comprendere qualsiasi immagine fotografica come nient’altro che un’icona con poca relazione necessaria con la realtà esistenziale. Di conseguenza, i teorici dei nuovi media (…)  annunciarono l’apparente ‘morte’ dell’indice fotografico.”

Queste varie annunciazioni vennero ben rappresentate negli interventi alla giornata di studi promossa da “Études photographiques” in occasione della mostra  Qu’est-ce que la photographie?, curata nel  2015 da Clément Chéroux e Karolina Ziebinska-Lewandowska al Centre Pompidou di Parigi; tutte accomunate “nel denunciare la dimensione identitaria abusiva della teoria ontologica, che non tiene conto della diversità delle pratiche fotografiche”[23]. In quell’occasione André  Gunthert (2016 b)  aveva sostenuto che “il problema dell’effetto di presenza cambia radicalmente quando ci rendiamo conto che l’iconografia mobilitata dalle teorie essenzialiste appartiene esclusivamente al registro documentario. Cosa succede quando confrontiamo la tesi ontologica con un’immagine di finzione?”  Domanda solo apparentemente problematica, alla quale si può tranquillamente rispondere che non accade nulla di diverso;  nessuna distinzione tra fotografia ‘documentaria’ o “di finzione”. In entrambe, permane e vale (ha valore) l’ “effetto di presenza”. Questa è la ragione fondante per cui l’illustrazione pubblicitaria è prevalentemente fotografica e non grafica; perché conferma che le cose così come ci vengono mostrate “sono state là” al momento della ripresa, indipendentemente dal fatto che fossero o meno predisposte dal fotografo per simulare o peggio ingannare l’osservatore, come dimostra del resto  l’intera storia della fotografia. Una storia che prende avvio da un’opera fondativa come Le Noyé di Hippolyte Bayard (18 ottobre 1840) con tutto quanto ne è seguito; una fotografia che Gunthert pareva aver dimenticato: quasi una rimozione[24].

In quella stessa occasione lo storico statunitense Joel Snyder dopo aver criticato  “le teorie della fotografia degli anni Sessanta e Settanta  [che] utilizzano generalmente gli stessi termini e fanno appello al medesimo repertorio di analogie”[25], si scagliava violentemente, sarcasticamente,  contro le teorie dell’impronta, riproponendo in modo quasi invariato le tesi esposte in Snyder, Allen (1975), ma giocando con le parole, fingendo di non comprendere l’uso inevitabilmente retorico di quelle analogie e – infine –  contraddicendosi quando,  nel mostrare i fantasmi fotografici visibili nella veduta de l’Intérieur des Halles, Paris, 1874 di Charles Marville, era costretto a riconoscere che “la nebulosità nella parte inferiore della fotografia non denota nulla, non rappresenta nulla, eppure è stata causata da cose: persone che si muovono, carri che passano, carri trainati da cavalli, ecc.”[26], ammettendo così il rapporto causale tra un dato reale e la sua restituzione fotografica, inevitabilmente mediata dalla propria condizione storico tecnologica.

Anche per Philippe Dubois (2016)  non si doveva “mai dimenticare che la novità del dispositivo e la novità del pensiero che esso impegna non sono la stessa cosa. (…) Per tornare al ‘Fotografico’ degli anni ’80, una terza componente caratterizza quest’epoca e questi discorsi: l’affermazione (a volte perentoria, a volte illusoria) dell’autonomia di questa categoria, addirittura, per parlare in termini filosofici, della sua ‘ipseità’, di una sorta di essere in sé. Tutto il discorso che ‘essenzializzerà’ (o peggio: ‘ontologizzerà’) la nuova categoria”, con evidenti riferimenti critici al Barthes de La camera chiara e alla nozione di indice di derivazione peirciana[27] adottato da vari studiosi, tra i quali Dubois stesso ([1990] 1996).   Ora lo studioso adottava una prospettiva diversa, ciò che gli consentiva di  riconoscere i cambiamenti analitici intercorsi e di avanzare una qualche specie di necessaria mediazione, poiché le indagini storiche sulla fotografia avevano evidenziato “non tanto il principio del ‘fotografico’ come categoria a sé stante, ma quello degli usi della fotografia. Alla domanda «cos’è la fotografia?» segue così quest’altra domanda fondamentale: «cosa può fare la fotografia?» (…) Lo studio degli usi dell’immagine ha preso il sopravvento sullo studio ‘ontologico’ del ‘dispositivo’ e delle sue problematiche. (…) La tecnologia digitale consentirà (o obbligherà, a seconda dei punti di vista) ad avvicinarsi al campo della teoria della fotografia, sia dal punto di vista ‘ontologico’ dell’immagine, sia dal punto di vista ‘pragmatico’ degli usi. (…). E bisogna dire, rispetto alla teoria del ‘Fotografico’, che ciò che è cambiato è solo una cosa, ma ben precisa: la questione ‘genetica’ dell’indice, del «ciò è stato» e della traccia (…). In sostanza, direi che l’avvento del digitale ha consentito di relativizzare, di rimettere al proprio posto questa teoria degli anni Ottanta, limitandola alla sua dimensione ‘genetica’, a questo solo momento del processo di produzione dell’immagine”.  Un modo elegante quanto semplicistico di salvarsi l’anima analitica e di aggiornarsi accademicamente, specie nel momento in cui Dubois riconosceva che “l’immagine fotografica digitale contemporanea (…) può essere pensata come rappresentazione di un ‘mondo possibile’  e non di un esserci stato, necessariamente reale.” Una bella conferma (quasi inavvertita) del peso genetico nel determinare i possibili destini di queste due (opposte) categorie di immagini, dal momento che “il mezzo digitale può essere considerato innanzitutto come uno spazio di astrazione che esclude la materialità necessaria all’esistenza dell’indessicalità. (…) Se le immagini digitali operano tramite simulazione e il tratto distintivo dell’oggetto fotografico viene perso al momento del contatto, allora non ci sarebbe motivo di definire le immagini digitali come fotografie. (…)  le immagini digitali possono essere considerate immagini fotografiche piuttosto che fotografie, una differenza che è connotata di autoreferenzialità e da un senso di nostalgia postmoderna per il moderno. Questo senso di nostalgia non rimpiange il referente perso all’inizio dell’atto fotografico, ma la rappresentazione del referente stesso nella fotografia convenzionale. (…) la fotografia certifica la presenza di una cosa e ne porta tracce, piuttosto che esprimere  una specifica associazione tra la rappresentazione fotografica e la verità o dichiarare che l’indessicalità riflette o, al contrario, distorce la realtà” (Değirmenci 2017).

 

 

 

 

 la novità del dispositivo e la novità del pensiero che esso impegna non sono la stessa cosa

 

 

 

 

 

 

In un contributo recente Maria Giulia Dondero e Barbara Grespi (2024) hanno sostenuto che “è questo monolite [l’indessicalità], generato dalla concrezione di molti equivoci, che entra (finalmente) in crisi con la postfotografia, nel momento in cui la «figura» non si crea più sul negativo, ma il processo di memorizzazione del segnale luminoso e il momento della sua messa in visibilità diventano qualitativamente diversi, perché diversamente accessibili ai nostri sensi (…). È questo il momento in cui la fotografia smette di essere indessicale? Semmai è il momento in cui l’indice si rivela per quello che è ed è sempre stato: un concetto molto più complesso, e all’interno del quale il modello dell’impronta gioca un ruolo tutto sommato marginale.” Quel “dispositivo dell’infinitamente manipolabile e rimodellabile” che è il pixel  rappresenta infatti “lo strumento che più si allontana dal mito dell’impronta fotografica come testimonianza di un «è-stato» e di un’aderenza mimetica alla materia del reale.”  Che l’indice, e quindi l’indessicalità della fotografia siano qualcosa di più complesso di quanto il riferimento all’impronta (e anche alle sue forme) possa a prima vista lasciare intendere mi pare che lo avessero già ben compreso Dubois ([1983] 1996) e Schaeffer ([1987] 2006) solo per fare due nomi, ma resta il fatto che “le immagini digitali possono essere realizzate senza macchina fotografica, senza chimica, senza lenti, persino senza luce, il che significa che tutta la vecchia retorica sulla fotografia come traccia del reale o che ha una connessione indicale con eventi del passato non deve applicarsi all’immagine digitale nativa. L’idea che le fotografie abbiano una connessione rappresentativa, indicale o significativa con eventi, persone e oggetti nel mondo reale non deve necessariamente valere per le immagini digitali che si basano su segnali elettronici e calcolo” (Rubinstein 2018).   Così per meglio comprendere questo aspetto dirimente è indispensabile verificare “se la superficie di contatto (cioè la pellicola o il sensore digitale) perpetui o meno le caratteristiche stesse dell’oggetto fotografico al momento del contatto. Per essere precisi, un’immagine fotografica possiede referenzialità solo fino a che  si verifica questa perpetuazione. Inoltre, poiché la nozione di referenzialità dipende esistenzialmente da quella di indessicalità, questa affermazione implica intrinsecamente l’indicalità.” (Değirmenci 2017).

 

 

 

 

 

i teorici dei nuovi media annunciarono l’apparente ‘morte’ dell’indice fotografico

 

 

 

 

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La permanenza dell’indice

 

 

A questo punto è pur ancora “necessario richiamare qualche banalità, [che] la fotografia obbedisce innanzitutto (…)  alle regole dell’impronta: l’impronta, infatti, testimonia la presenza di una cosa o di un insieme di cose, convertendole punto per punto in un oggetto[28] o in un insieme di oggetti semiotici; nel caso della fotografia (…) la corrispondenza ‘punto a punto’ è soggetta a mediazioni, quella della luce e di un dispositivo ottico, ma il risultato, da un punto di vista semiotico, è complessivamente lo stesso: una rete di equivalenze locali tra un segmento di stato di cose e la superficie di iscrizione che ne raccoglie le tracce. (…) La modalità semiotica della fotografia è quella di una traccia su una superficie e, in quanto traccia, adotta il regime dell’impronta”[29].

Quella corrispondenza ‘punto a punto’ è ciò che Deleuze  ([1981] 2023: 108)  aveva definito “somiglianza produttiva”, esemplificandola proprio nella fotografia; quella che per un filosofo conservatore come Roger Scruton  (1981) “non è un’arte figurativa”, di rappresentazione, poiché “una fotografia è una fotografia di qualcosa. Ma qui la relazione è causale e non intenzionale. In altre parole, se una fotografia è una fotografia di un soggetto, ne consegue che il soggetto esiste, e se X è una fotografia di un uomo, c’è un uomo particolare di cui X è la fotografia. (…) quando diciamo che X è una fotografia di Y ci riferiamo a questa relazione causale, ed è in termini di relazione causale che il soggetto di una fotografia è normalmente compreso”. In ciò risiede anche la sua qualificazione storica e non filosofica poiché la fotografia “non dice l’ ‘universale’ (hoîa àn génoito: ciò che sarebbe potuto essere, anche se non è mai stato, e ciò che potrebbe essere, anche se non sarà mai), ma (…) dice tà genómena, l’accaduto, nella sua irriducibile particolarità e transitorietà. La foto non è dunque una rappresentazione trasfigurante e ‘selettiva’ della realtà, ma è ‘trasparente’ rispetto a essa” (Meo 2018). Quella stessa relazione è stata richiamata da Paul Ricoeur a proposito della “solidità di un legame di causalità tra l’indizio e la cosa indicata che Peirce sottolinea nella sua famosa teoria dei segni. (…)  In questo l’indizio si oppone all’icona e al simbolo: l’indizio è un segno che perderebbe immediatamente il suo carattere, se il suo oggetto venisse soppresso (il buco della ferita e lo sparo)” (in Changeux, Ricoeur [1998] 1999: 100). La funzione indessicale di traccia  implica una relazione causale con  la cosa indicata, quindi è inevitabilmente, ontologicamente referenziale (non esiste se non è esistita la cosa indicata, accaduta; la cosa di cui è indizio o traccia).  Una fotografia è indizio della presenza dell’oggetto fotografato, poiché senza oggetto da fotografare non può esistere fotografia in senso proprio[30], ma la figura che ne deriva permane anche dopo la sparizione dell’oggetto (nel tempo, nello spazio). Da ciò la sua più pertinente accezione di traccia, che implica causalmente l’esistenza di qualcosa che l’ha determinata, e può permanere anche dopo che il suo agente è scomparso. La Fotografia ha una sua specifica relazione col Tempo e – più in particolare, più intimamente – non con la condizione sostanziale o rappresentativa dell’accadere (che è quanto connota le pratiche digitali), bensì dell’accaduto, di ciò che è stato e quindi, solo per questo, risulta inattingibile, non modificabile.

 

 

 

 

l’impronta testimonia la presenza di una cosa o di un insieme di cose,

convertendole punto per punto in un oggetto

 

 

 

 

 

 

È questo che “ci consente di parlare di irreversibilità, per la semplice ragione che questa è una relazione temporale con una realtà temporale e quindi irreversibile”[31]. Una posizione teorica di cui possiamo riscontrare una eco anche nelle più recenti elaborazioni ‘quantistiche’ della teoria fotografica, quelle che evidenziano “la separazione tra il momento dell’iscrizione mediante la luce che avviene all’interno della macchina fotografica e il momento dello ‘sviluppo’ (…). In questa frattura la condizione ontologica dell’immagine fotografica si rivela essere la differenza tra due stati incommensurabili. Il principio della fotografia non consiste nella connessione indessicale tra passato e presente, né nella rappresentazione di forme astratte, ma nella presentazione visiva del tempo come internamente diviso. Il requisito della frattura istituisce la possibilità di un’immagine che catturi l’indeterminatezza e l’asimmetria come le condizioni stesse della visualità”[32].

Scrivendo in memoria di  Roland Barthes, Jacques  Derrida ([1981] 2010) si era chiesto se si dovesse “dire la referenza o il referente? La meticolosità analitica deve essere qui proporzionata alla posta in gioco, e la fotografia la mette alla prova: in essa il referente è visibilmente assente, sospendibile, scomparso nell’unica volta, già passata, del suo evento, ma la referenza a questo referente, diciamo il movimento intenzionale della referenza (…) implica anche in modo irriducibile l’essere-stato di un unico e invariabile referente. Essa implica questo «ritorno del morto» nella struttura stessa della sua immagine e del fenomeno della sua immagine. Cosa che non si produce – o in ogni caso non allo stesso modo, in quanto l’implicazione e la forma della referenza vi assumono tutt’altri giri e rigiri – in altri tipi di immagini o di discorsi, diciamo pure di marche in generale. Fin dall’inizio, in La chambre claire, il «disordine» introdotto dalla fotografia viene attribuito con forza all’«unica volta» del suo referente, una volta che non si lascia riprodurre o pluralizzare, una volta la cui implicazione referenziale è inscritta come tale direttamente nella struttura del fotogramma, quale che sia il numero delle sue riproduzioni e anche l’artificio della sua composizione.  (…)  ciò che nella fotografia aderisce, è forse meno il referente stesso, nell’effettività presente della sua realtà, che non l’implicazione, nella referenza, del suo essere-stato-unico”.

L’origine causale di ogni fotografia e il suo conseguente significato e valore di traccia, di cui si è detto e sul quale si è ampiamente dibattuto negli ultimi decenni del XX secolo, costituiscono però solo uno degli elementi definitori del suo statuto di esistenza, essendo l’altro (altrettanto determinante) quello dell’irreversibilità del processo di registrazione della traccia sul supporto fotosensibile.  Già William Henry Fox Talbot, ricordando le riflessioni fatte sulle sponde di  “quel ramo del lago di Como” nell’ottobre del 1833, aveva dichiarato che il suo primo desiderio era stato quello di “far sì che queste immagini della natura si imprimessero da sole in modo duraturo e rimanessero fissate sulla carta!”[33], definendo così l’altra fondamentale componente di ogni immagine che si sarebbe poi detta fotografica, a sua volta  stabilmente riconosciuta, ricercata e verificata da ogni sperimentazione tecnologica e riflessione teorica successiva.

 

 

 

 

 

il principio della fotografia non consiste nella connessione indessicale tra passato e presente, ma nella presentazione visiva del tempo come internamente diviso

 

 

 

 

 

Così ancora Hubert Damish poteva definire la fotografia come “un processo di registrazione, una tecnica di iscrizione, in un’emulsione a base di sali d’argento, di un’immagine stabile generata da una radiazione luminosa”[34]; definizione da cui deriva anche la terminologia ancora utilizzata in ambito  catalografico, che descrive il fototipo come immagine fotografica positiva o negativa visibile e stabile ottenuta dopo esposizione e trattamento di uno strato fotosensibile.

L’atto fotografico che ha generato l’immagine, dall’esperienza al gesto, non può essere ri-fatto, l’informazione registrata dal supporto sensibile non può essere sostituita né modificata se non a prezzo della sua cancellazione[35]. È  impossibile sostituire materia fotografica con altra materia fotografica dopo il suo trattamento (esposizione – sviluppo – fissaggio),  e allora, come già fu alle origini, credo che il problema fondamentale sia sempre quello del fissaggio: può una sequenza numerica considerarsi ‘fissata’ così come la dimensione e la posizione delle molecole d’argento dopo il loro trattamento? La domanda retorica implica l’ovvia risposta negativa, inevitabilmente confermata anche da un esegeta del postfotografico come Fontcuberta, che nel corso dell’intervista più volte citata (Palmiéri 2014), aveva riconosciuto che “la fotografia è un’immagine che si genera su tutta la sua superficie. Si aziona l’otturatore di fronte a una superficie [sensibile] e ciò crea un’immagine che possiamo modificare, su cui possiamo intervenire, ma ogni operazione modificherà l’integrità della superficie: la messa a fuoco, il colore… D’altra parte, con il digitale si va verso una struttura dell’immagine che si avvicina a quella della pittura o della scrittura[36], perché ci sono unità grafiche come i pixel che possono intervenire in modo isolato senza coinvolgere l’intera superficie.”

Adottando una definizione di Umberto Eco (1997: 207-208) possiamo  affermare che è proprio l’irreversibilità della registrazione a costituire la “proprietà non cancellabile”, la “condizione necessaria” per l’identificazione della fotografia in quanto tale, essendo che “le proprietà essenziali [non cancellabili] diventano quelle che non bisogna disconoscere se, in un certo contesto, si vuole mantenere aperto il discorso, e che possono essere negate solo a prezzo di ripattuire il significato dei termini che stiamo usando.” Non si tratta perciò di stabilire una inedita nomenclatura, ma  di adottare una nuova e più pertinente terminologia, più aderente all’universo di nuove funzioni nel quale ci troviamo immersi.

È opportuno avviare la riflessione a partire proprio dall’uso dell’aggettivo sostantivato “postfotografico” (certo in debito col ‘fotografico’ di Rosalind Krauss) utilizzato per circoscrivere questo scenario[37]; termine quantomeno improprio se non inadeguato perché  se accogliamo le suggestioni di Negroponte (1998) e Cramer (2003) a proposito del “post-digitale” allora il “post-fotografico” non dovrebbe applicarsi alla condizione attuale ma semmai al ‘lungo’ Novecento che va dalla commercializzazione delle emulsioni alla gelatina-sali d’argento, alla soglia del penultimo decennio del XIX secolo, sino all’affermazione del digitale. Ricorrere al termine “postfotografia” per nominare le immagini che vivono (si producono, circolano) in ambiente postdigitale mi pare frutto di un equivoco non colto o – meglio – di una mancanza, di una insufficienza che è storica e teorica insieme, e quindi (per conseguenza) terminologica. Questa inadeguatezza rimanda irresistibilmente ai primordi delle sperimentazioni fotografiche, quando in mancanza di meglio, in attesa della parola inedita, le prime “scritture con la luce” erano chiamate “disegni fotogenici”, con conseguente riutilizzo di lemmi mutuati dall’universo delle arti; senza ancora riuscire a dare un nome proprio (e comune) a questi oggetti, a queste immagini così radicalmente, concettualmente diverse dalla tradizione della figurazione manuale[38]. Certo – allora – sarebbe stato culturalmente impossibile, impensabile, identificare le pratiche fotografiche come  “postgrafiche” o “postpittoriche”: nessuno ebbe mai la tentazione di chiamare la  fotografia “postpittura” e non solo per ragioni storico culturali. Nonostante certe analogie figurative troppa era l’incommensurabilità dei due universi.

“Agli albori del XIX secolo ci furono dubbi su quale nome dare a quelle rozze immagini fatte con la luce, fino a quando il termine adatto ‘fotografia’, partorito da Herschel[39], finì per imporsi. Oggi il problema non è solo terminologico. Non stiamo assistendo alla nascita di una tecnica, ma alla trasmutazione di alcuni valori fondamentali. La sua carcassa rimane intatta, è la sua anima che si sta trasformando, in una sorta di metempsicosi. Non siamo in presenza quindi dell’invenzione di un procedimento, ma della demolizione di una cultura: lo smantellamento di quelle modalità visive che la fotografia ha imposto in maniera egemone per un secolo e mezzo. Inoltre [proseguiva Fontcuberta[40]]  dal punto di vista dell’evoluzione nelle discipline dell’immagine, bisogna aggiungere che nemmeno il passaggio dalla pittura alla fotografia nel XIX secolo e quello dalla fotografia alla postfotografia nel XXI secolo si assomigliano. Nel primo caso ci fu una rottura tangibile, mentre nel secondo si è creata una faglia invisibile. Parliamo di una faglia perché le sue conseguenze annullano o rendono obsoleta la tappa precedente.

 

 

 

 

 

con il digitale si va verso una struttura dell’immagine che si avvicina a quella della pittura

 

 

 

 

 

La fotografia ha solo provocato nella pittura un cambio di rotta, ma non l’ha espunta dalla mappa; tutto il contrario di ciò che è successo tra la postfotografia e la fotografia, perché quest’ultima sembra essere stata fagocitata. E questa faglia si è resa invisibile perché chi la pratica non si è accorto del cambiamento e continua a chiamare fotografia ciò che fa. Ovviamente riconosce i cambiamenti tecnologici nei dispositivi utilizzati e negli spazi sociali di utilizzo, ma l’alterazione profonda è avvenuta di nascosto. Per questo, giustamente, Geoffrey Batchen pensa che non si debba tanto parlare di un ‘dopo’ la fotografia, quanto di un ‘oltre’ o di un ‘più in là’ (beyond). La postfotografia si apposta dietro alla fotografia, che diviene solamente la facciata di un edificio la cui struttura interna si è profondamente rimodellata. Questa struttura interiore è concettuale e ideologica. Per essere precisi, la sostituzione di molte funzioni germinali e delle sue caratteristiche ontologiche è ciò che origina tale condizione postfotografica. Sostituzione che può leggersi anche come superamento: la postfotografia sarebbe ciò che supera o trascende la fotografia. Almeno la fotografia per come l’abbiamo conosciuta fino a adesso.”

Le radicali trasformazioni e le dinamiche di transizione non potrebbero essere sintetizzate in modo più chiaro, ma resta la perplessità a proposito delle ragioni per le quali una nuova entità ontologica dovrebbe essere nominata semplicemente aggiungendo un prefisso a quella precedente.  Se –  come ha ricordato didascalicamente Fred Ritchin ([2009] 2012) rifacendosi a Mitchell (1992) –   la carrozza senza cavalli assunse ben presto il nome aggettivato di automobile, oggi pare invece che si intenda ragionare all’inverso, riconoscere nostalgicamente i legami restanti col fotografico piuttosto che accogliere e sviluppare le radicali differenze indotte dal  digitale e dalla rete. Quasi un desiderio di tradizione, di accoglienza di una linea ‘evolutiva’ senza tagli radicali. Ingannati da troppo superficiali somiglianze queste “imprecisioni del linguaggio  (…) si manifestano nella forma della paleonimia, ossia, in parole povere, del conservare nomi che non si adattano più alle cose cui si riferiscono” ( Ferraris 2021). Una condizione  ben delineata da Andrew Dewdney, per il quale la scelta tra continuare a resuscitare la fotografia in vari post-abbracci e dimenticarla è netta (…) abbiamo bisogno di un nuovo termine, ma provvisoriamente potremmo chiamarla network image o immagine di Rete. (…) Inquadrare la discussione sulla network image computazionale in termini di post-fotografia significa, per definizione, trattare di qualcosa che viene dopo la fotografia, ma che conserva il discorso del fotografico. Perciò il termine post-fotografia viene qui utilizzato come ripresa della fotografia, piuttosto che come superamento della stessa, una nozione pensata per essere fastidiosa”  (Dewdney [2021] 2023: 8, 25, 51).

È indispensabile allora distinguere tra  l’attuale contesto – forse  post-fotografico, certamente postdigitale – e le immagini che lo abitano e lo connotano; la cui  concreta, apparentemente immateriale specificità richiede di essere riconosciuta per le proprie caratteristiche ontologiche e non solo fenomenologiche e pragmatiche (“segnaletiche”[41]). Immagini alle quali  pare sempre più necessario assegnare un inedito nome.

Poiché è stata proprio la dicotomia oppositiva irreversibilità/ reversibilità a determinare il “cambiamento che ha sconvolto l’ontologia stessa della fotografia (…) [e] può darsi che la fotografia dovrà essere rinominata in modo diverso” (Fontcuberta in  Palmiéri 2014), sarà allora il caso di riproporre l’invito rivolto all’audience da Wim Wenders nel corso di un’intervista alla BBC nel 2018: “Sono alla ricerca di un nuovo termine per questa nuova attività che assomiglia così tanto alla fotografia ma non è più fotografia. Fatemi sapere per favore se avete un nome per essa”[42].  E questo nome – nonostante ed anzi in virtù del suo grande successo anche mediatico – non può essere post(-)fotografia. Non solo improprio dal punto di vista storico culturale, ma soprattutto troppo aperto e incerto nei propri confini semantici, così ampi e informi da generare una confusione forse proficua in termini commerciali e sociologici, ma troppo opaco per consentire una buona riflessione teorica, una comprensione delle sue caratteristiche essenziali, che sono pur sempre quelle su cui se ne fonda l’uso. Né si rivelano di una qualche utilità (se non discorsiva) i numerosi termini alternativi proposti o semplicemente utilizzati in maniera fungibile negli ultimi decenni.  “Le etichette attraverso cui si cerca di rendere la qualità delle immagini postfotografiche proliferano” ha riconosciuto Barbara Grespi[43], e si direbbe che questa stessa variabilità terminologica sia sintomo dell’incertezza concettuale nella definizione dell’immagine e del fenomeno.

Che peccato allora non poter usare digigrafia/ digigrafie,   termine registrato da Epson France[44] per identificare una tecnologia proprietaria di stampa, sebbene ci si posa augurare che questo nome abbia lo stesso destino di “calotype”, brevettato da Talbot nel 1841 (1847 negli USA), ma ben presto divenuto di uso comune.  Oppure, e ancor meglio, si potrebbe adottare l’affascinante softimages (Hoelzl, Marie 2015): immagini governate da software, certo, ma anche immagini soffici, morbide e malleabili.

Che bello sarebbe se qualcuno riuscisse finalmente a inventare il nome della cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bibliografia citata

 

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(non più accessibile)

 

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[1] Tomas 1998: 64. Quando non sia indicata l’edizione italiana degli scritti citati le traduzioni sono di chi scrive. Le immagini che illustrano il testo sono state prodotte utilizzando i più comuni programmi di IA da testo a immagine, inserendo come prompt le didascalie in calce a ciascuna.

[2] Mitchell 1992: 4. Anche Manovich 2016,  che pure avrebbe preso le distanze da Mitchell, affermava che “il cinema non può più essere nettamente distinto dall’animazione. Non è più una tecnologia indicale, ma piuttosto un sottogenere della pittura”. Sulla stessa linea procede anche Cinelli 2024: 258: “fin dal suo momento aurorale, la postfotografia nasce all’insegna del falso, cioè come una condizione in cui l’inesorabilità dello scatto cede il passo a un’idea di immagine lavorabile, componibile in tutte le sue parti come un dipinto.”

[3] Somaini 2016: 147.

[4] Barbara Grespi, 2024a: 16, si è chiesta opportunamente “che statuto avrà un’immagine postfotografica che non deriva ma genera il suo referente?”, un’immagine cioè che raffigura qualcosa di (ancora) non esistente.  Una categoria non inedita, anzi da lungo tempo ampiamente popolata di tipologie e generi tanto diversi quali la pittura sacra e mitologica, lo schizzo  progettuale e il  rendering architettonico, per larga parte connotate da un livello più o meno elevato di realismo mimetico della raffigurazione ma paradigmaticamente lontane da qualsiasi accezione indicale e quindi fotografica.

[5] Per la definizione del concetto si veda Bolter, Grusin 1998, in particolare p. 45 e seguenti.

[6] Cfr. Hausken 2024. Analoghe difficoltà si incontrano anche nel caso di buone riproduzioni di dipinti iperrealisti di autori quali Richard Estes o i più giovani Rudolf Stingel e Yigal Ozeri.

[7] Osborne 2010, dove rielaborava alcuni concetti già formulati in Osborne 2003; corsivo dell’autore.

[8] Azoulay 2008; si veda anche Azoulay [2015] 2018. Alla Azoulay si è richiamato esplicitamente Previtali 2024, per il quale “la postfotografia è al contempo sia qualcosa che si fa che qualcosa con cui si fa qualcosa mentre si partecipa in modo nuovo alla sfera del politico”, così che “il postfotografico deve essere allora inteso prima di tutto come un’occasione, una nuova possibilità d’intervento concessa a un numero sempre maggiore di soggetti spesso relegati ai margini del visibile, a fronte di qualsiasi rilievo sulla maggiore falsificabilità delle immagini digitali.” Opinione interessante e in parte condivisibile ma viziata da una buona dose di romanticismo:  non si dovrebbe mai dimenticare che questa possibilità offerta a chi vive nella marginalità del visibile è governata e dalle major del digitale e della rete, e si traduce in controllo e profitto.

[9] Rubinstein, Sluis 2013: 36. Alcune riflessioni lì contenute sono state successivamente sviluppate in Rubinstein 2018.

[10]  Barbara Grespi, 2024a, ha segnalato che “Trevor Paglen usa spesso il termine «allegoria» per definire la qualità del visibile algoritmico, e similmente Carolyne L. Kane, in un libro sul colore nell’era digitale parla di «presentazioni allegoriche di dati» per descrivere il risultato della fotografia termica regolata da codici cromatici fortemente simbolici”,  che in realtà però sono solo convenzionali. Monjour 2018 c   ha poi recentemente proposto di  “porre le basi di nuova ontologia del fatto  fotografico, ispirata a una struttura visuale di molto antecedente la fotografia: l’anamorfosi.”

[11] Lister  1995, corsivo dell’autore.

[12] Dewey-Hagborg 2018; si veda anche Donghi 2024, in particolare alle pp. 63-67.

[13] Rubinstein, Sluis 2013: 27. Notiamo che così presentato  il processo algoritmico di produzione dell’immagine appare come la versione aggiornata dell’apparato di cui parlava Flusser, [1983] 1987: 18, per il quale “le immagini tecniche (…) sono un complesso simbolico astratto”.

[14] Con la curatela del Mois di Montreal Fontcuberta proseguiva per molti versi la riflessione critica avviata nel 2011 con From Here On per i Rencontres de la Photographie di Arles, curati con Clément Chéroux, Erik Kessels, Martin Parr e Joachim Schmid.

[15]  Langford, Lavoie 2016. Quella particolare riflessione prendeva le mosse da Robins 1995.

[16] “L’età della tecnica non incomincia oggi, o ieri, ma ha inizio con il primo umano, ossia con il primo animale che, dotato di pollice opponibile, ha incominciato ad avvalersi in modo sistematico (e trasmissibile attraverso le generazioni) di bastoni e di altri supplementi tecnici (…) è stato in quel momento che ha avuto inizio ciò che oggi, inappropriatamente, si chiama «postumano», un termine che presenta come novità un carattere atemporale dell’umano. Quest’ultimo, nascendo dall’incontro tra l’organismo e un apparato tecnico, è sin dall’inizio postumo a sé stesso, ossia, detto altrimenti, l’umanità dell’umano consiste nell’essere sempre più che semplicemente umano.”, Ferraris 2019: 73-74.

[17]  Come ha scritto icasticamente Cramer 2013: “Post-digitale: un termine inopportuno ma che può rivelarsi utile”; si veda anche Cramer, Jandrić 2021.

[18]  Fontcuberta 2011, ora in Fontcuberta [2016] 2018: 31-46.

[19] Piuttosto incredibilmente Cinelli 2024: 257 ha scritto a questo proposito di “file composto da pixel”: un vero e proprio illuminante caso di “fake” e una bella testimonianza della perdurante separazione tra competenze umanistiche e scientifiche anche in chi si occupa di universi digitali.

[20] Dondero, Grespi 2024: 26.

[21] Manera 2023.

[22] Per un puntuale ed efficace ricostruzione degli antecedenti rimando a Signorini 2009, in particolare al cap.1, Il dibattito sull’indicalità fotografica negli anni Settanta-Ottanta.

[23] Gunthert 2016 a. Le relazioni presentate al  convegno Où en sont les théories de la photographie?, che si tenne allo stesso Centre Pompidou il 27 maggio 2015, sono raccolti in Que dit la théorie 2016.

[24] L’autore ne avrebbe poi fornito un’interessante analisi delle fonti iconografiche, ma senza riprendere le questioni ontologiche, in Gunthert  2017.

[25] Snyder 2016.  Anche per Gunthert 2016 b  “l’entusiasmo teorico che accompagnò la fotografia negli anni Ottanta non aveva solo caratteristiche innovative.”

[26] Snyder 2016, corsivo di chi scrive.

[27] Nell’opinione di  Paolo Fabbri (2011) ” il successo di Peirce nell’analisi della fotografia, specialmente negli Stati Uniti, è non a caso coincidente con il momento di successo dell’arte minimalista. Per la critica d’arte americana Peirce offriva in buona misura una buona soluzione, il concetto di indice, il concetto di un’impressione diretta del reale sui sali d’argento, sulle emulsioni, eccetera, una materia e un medium meno concettuale e meno semantico. Cioè secondo me, il successo del concetto di indice e altri collegati è dovuto a una moda del minimalismo la quale non abbiamo nessun interesse a seguire.”

[28] In termini di geometria proiettiva si potrebbe intendere una fotografia come omologia della cosa fotografata.

[29] Shaïri, Fontanille [2001] 2008: 217-242 e note relative.

[30] Ricordo ancora che questa affermazione vale anche per la produzione off-camera, a partire dai disegni fotogenici di Talbot. In parte diverso è il caso di quella tipologia di immagini riunite sotto il nome di cameraless photography di cui ha trattato Dvořák 2022 e l’intero numero monografico di “Philosophy of Photography”, 13 (2022), n. 1.

[31] Soulages 1998, nel quale però l’autore estendeva questa proprietà anche all’immagine digitale.

[32] Rubinstein 2018. Su questi aspetti si veda anche Villa 2024.

[33] Talbot [1844]  2016: [77] 29, con traduzione in parte diversa da quella qui riportata; corsivo di chi scrive.

[34] Damish 1962, che  richiamava poi l’attenzione del lettore sul fatto fondamentale “che questa definizione non presuppone l’uso di un apparecchio, né implica che l’immagine ottenuta sia quella di un oggetto o di uno spettacolo del mondo esterno”, in perfetta concordanza con Henry Holmes Smith che, riprendendo un concetto formulato dal suo maestro Moholy-Nagy, aveva riconosciuto che “lo strumento essenziale del processo fotografico non è l’apparecchio ma il materiale  sensibile”, cfr. Eisinger 1994. Ancora recentemente Servanne Monjour, 2018 c, ha sostenuto che “indipendentemente dal fatto che sia digitale o su pellicola, l’immagine fotografica non ha mai cessato di essere soggetta al principio fondamentale della fotosensibilità”,  non considerando però la sostanziale questione dell’impermanenza costitutiva del digitale, anzi valorizzando “la sua capacità di creare della realtà (…).  La foto rimanda a ciò che “sarà” o a ciò che “potrebbe essere”, attribuendosi così una performatività dove il gesto della presentazione, della presentificazione prevale sulla funzione rappresentativa”, giungendo così alla “deindicizzazione del fotografico”.

[35] Prova ne sia che una fotografia, in virtù della sua natura di traccia fisico chimica, non è restaurabile, ciò che invece risulta possibile con quella digitale, rispetto alla quale si può intervenire sui singoli elementi codificati, esattamente riproducibili, ripetibili ad libitum, in un processo che può portare l’intervento sino a sfiorare il limite pericoloso del rifacimento integrale e indistinguibile, secondo un iter sostitutivo che sovrappone l’identità nuova alla preesistente sino a cancellarla senza lasciare tracce. Si tratta della  versione attuale del paradosso della nave di Teseo (cfr. Tomaselli 2013), per il quale Angelone 2015 ha proposto una soluzione ineccepibile dal punto di vista logico filosofico ma indifendibile dal punto di vista storico  culturale; si veda anche Pickup 2016.

[36] Anche per De Kerckhove 2015 “esiste una differenza tra il ruolo che la luce svolge nell’atto di iscrizione, come nella fotografia analogica, e quello che svolge nell’esecuzione dei comandi di un codice digitale. In modalità analogica, la luce colpisce una superficie preparata e vi lascia la sua impronta. In modalità digitale, la luce viene convertita in caratteri binari e poi riconvertita in luce”, ricorrendo infine, come già Mitchell 1992 o Manovich 2016, all’analogia con la pittura, tanto diffusa quanto insufficientemente meditata.

[37] Va qui almeno registrata la scelta terminologica di Malavasi 2024, che ha parlato della necessità attuale di “guardare alla fotografia sempre meno come a un’attività specifica, ritagliata dal continuum dell’esperienza, e ai suoi prodotti come a un insieme di elementi «puntuali», e sempre più come a un regime espressivo e comunicativo, il fotografico, un «modo di dire» e «di fare», oggi certamente privilegiato, dell’essere sociale. Nel quadro della socialità digitale, l’immagine fotografica narcotizza volentieri una prestazione di ordine referenziale, testimoniale e «auratica» per caricarsi di funzioni che sono, in prima battuta, di ordine dialogico e fàtico.”, corsivo dell’autore.

[38] Per una sintetica antologia terminologica si veda Silverman 2015: 93.

[39] In realtà il termine venne utilizzato per la prima volta da Hercule Florence (cfr. Kossoy [1997] 2017) in un articolo pubblicato il 21 gennaio 1834 e per certo usato da Charles Wheatston in una lettera indirizzata a Talbot il 1 febbraio 1839 (https://foxtalbot.dmu.ac.uk/letters/transcriptDate.php?month=2&year=1839&pageNumber=2&pageTotal=40&referringPage=0 ), quindi in un articolo dedicato a Talbot pubblicato sulla “Vossische Zeitung” di Berlino del 25 febbraio, dall’astronomo Johann Heinrich von Maedler, corrispondente di Herschel (Eder  [1891] 1945: 258-259), e finalmente da quest’ultimo in una lettera ancora  a Talbot del 28 febbraio di quel fatidico anno (https://foxtalbot.dmu.ac.uk/letters/transcriptDate.php?month=2&year=1839&pageNumber=36&pageTotal=40&referringPage=1), quindi in una sua conferenza  alla  Royal  Society  del successivo 14 marzo.

[40]  Fontcuberta [2016] 2018: 23-24. Anche in altri punti del testo l’autore parla di “fratture ontologiche” (138),   e quindi – coerentemente – di  “nuova dimensione ontologica” (170), ma senza problematizzare le inevitabili conseguenze terminologiche.

[41] Cfr. Sandbye 2012; si veda anche https://photomediationsopenbook.net/data/index.html#ch0 (01 03 2025).

[42] Citato in Brückle, De Mutiis 2020. La video intervista è visibile  all’indirizzo https://photography-in-switzerland.ch/essays/post-photography-whats-in-a-name    (18 12 2024).

[43] Grespi 2024 a. All’elenco esemplificativo approntato dall’autrice, “immagine software, immagine rete, immagine algoritmica, fotografia automatica, iperfotografia, fotografia aumentata, fotografia non-umana”, possiamo aggiungere o richiamare alla memoria anche postphotography (Tomas  1988); post-photography (Mitchell 1992); digital images (Batchen 1994);  pseudophoto­graphs (Wosk  1994); iperphotography,  meta-image,  (Ritchin [2009] 2012); post-digital photography (Shapley, 2011); new photography (Sandby 2012); photographie augmentée, post-graphie  (De Kerckhove 2015); softimage (Hoelzl, Marie 2015); imagen-ficción (Fontcuberta ([2022] 2023); fotografia espansa (Grespi 2024 a).

[44] Digigraphie®, registrato nel 2003 presso l’INPI (Institute Nationale de la Propriété Industrielle) e l’OHIM (Office of Harmonization for the Internal Market).

Tempo / Materia: Fotografia (2012)

in Barbara Cattaneo, a cura di, Il restauro della fotografia. Materiali fotografici e cinematografici, analogici e digitali, Firenze, Nardini Editore, 2012,  pp. 9-14

 

L’assunto che ogni intervento di restauro non possa che darsi a proposito della sola “natura materiale delle singole opere”[1], costituisce ormai una posizione metodologica tanto consolidata da apparire ovvia e teoricamente aproblematica. Coerente a ogni rinuncia alla velleitaria intenzione di restituire qualsivoglia originalità originaria, nella consapevolezza che l’accessibilità storica e culturale al processo di produzione e di prima ricezione dell’opera non può che essere un’approssimazione alla continua ricerca del proprio limite[2]. Accanto a questa vive, indissolubilmente legata, la coscienza delle ragioni della sua permanenza, della sua presenza vitale nella cultura contemporanea[3]: ragioni su cui si fondano le stesse intenzioni di operare per la sua conservazione nel tempo, per la sua trasmissione alle generazioni future.

Stabilita l’inevitabile materialità dell’intervento di restauro[4], resta da comprendere cosa ciò possa significare quando si parla di fotografia. Sono almeno due le grandi classi di ragioni che è necessario considerare, qui per sommi capi, provando dapprima a chiedersi quali siano gli elementi costitutivi di questa particolare categoria di immagini che per più ragioni chiamiamo sensibili:

  • Il Tempo, che ne è l’elemento determinante, il vincolo assoluto in cui ogni fotografia accade, in cui l’immagine irreversibilmente si forma.
  • La Materia, il corpo tecnologico dell’oggetto, di volta in volta semplice ma non neutrale supporto fisico, componente espressiva o vero e proprio soggetto dell’operazione fotografica, ma anche presenza assente nella matrice digitale, che non si consuma.

Il tempo di ogni fotografia è molteplice: dalla produzione alla ricezione, per quanto dilatata, ma ciò che ora interessa maggiormente, ciò che più da vicino tocca queste riflessioni sono due altri ordini di problemi temporali. Restauro e Fotografia non solo sono stati definiti nel medesimo contesto storico, ma condividono un’analoga relazione col Tempo; anzi  – più in particolare, più intimamente – non con la condizione sostanziale o rappresentativa dell’accadere, bensì dell’accaduto, di ciò che è stato e che quindi, solo per questo, risulta inattingibile[5]. È questo l’orizzonte in cui è stata pensata, si può pensare anche l’analogia tra morte del corpo e fotografia: è qui e non c’è più è il pensiero che accompagna lo sguardo che si posa sul corpo privo di vita. Rimane una presenza nella quale riconosciamo, per certi gradi, sotto alcuni aspetti una somiglianza con una realtà che (forse) abbiamo conosciuto. Una certa relazione; un rapporto che è insieme traccia e memoria. Il corpo, la fotografia sono traccia e figura, simbolo a volte, di un accaduto di cui si ha memoria e ricordo. È proprio la Fotografia in quanto “oggetto di antiquariato istantaneo”, secondo la ben nota definizione di Susan Sontag, a illuminare, a certificare l’impossibilità del Restauro in quanto disciplina e in quanto teoria, quando questa pretende di volgere all’indietro non lo sguardo ma il percorso dell’angelo della storia. Ancor più problematica e incerta si fa la questione, ancor più improprio il ricorso a questo concetto quando accade, come per la fotografia, che proprio il corpo vitale dell’immagine, la sua materia signata nel tempo (non: dal tempo), la sua natura di traccia non possa essere sottoposta ad alcun trattamento che non sia di conservazione delle condizioni di esistenza del bene. Oltre quel “nulla di oggetto” che è l’immagine tutti i fototipi hanno una loro matericità che è tutto meno che indifferente, ma la cui considerazione non per questo risulta così ovvia e scontata. Se da un lato la materia e la tecnica che di volta in volta hanno contribuito a definire ogni immagine fotografica, dal punto di vista produttivo quanto linguistico e – in certi casi – in precisi termini di poetica e stilistici (si pensi alle tecniche pittorialiste, per esemplificare) sono oggetto di un’attenzione ampiamente condivisa, dall’altro la vicenda storica della fotografia ha solo in rari casi fatto i conti in modo esplicito con la sua corporeità, non limitandosi  a considerarla come mero dato o vincolo tecnico, ma quale territorio di possibile indagine ed elemento di espressione linguistica: dal cliché-verre ai frottage alla vasta categoria dei chimigrammi, ossidazioni e pirogrammi. Credo invece che una riflessione sul ‘restauro’ della fotografia non possa evitare di misurarsi anche con le implicazioni poste dal confronto con questi procedimenti e con le opere che ne sono derivate, alla ricerca di elementi di chiarezza che possano sostenere la consapevolezza critica necessaria a intervenire su questa particolare tipologia di beni. Ciò che mi pare strumentalmente interessante nell’accennare ai problemi posti da queste fotografie ‘pure’,  concrete[6], svincolate da ogni possibile, disorientante analogia per “liberare la forma sconosciuta della materia”[7],  è che qui processo, figura e materia coincidono al massimo grado, mentre il tempo continua ad essere quello della generazione dell’immagine stessa, sebbene liberata da ogni apparato ottico[8]. L’assoluta autoreferenzialità di queste immagini, dove la presenza dell’autore passa dallo sguardo al gesto, costringe ancor più a fare i conti con l’impossibilità di ogni ri-costruzione e  testimonia in modo inequivocabile quale sia stata l’incidenza dei materiali costituenti nella determinazione delle caratteristiche di ogni immagine fotografica, ben oltre il tempo dei pionieri. Queste particolari fotografie, che non possono trovare corrispondenza in ambito digitale, costituiscono a mio parere l’ulteriore conferma del fatto che è impossibile sostituire materia fotografica con altra materia fotografica dopo il suo trattamento (esposizione – sviluppo – fissaggio). L’atto fotografico che ha generato l’immagine non può essere ri-fatto; l’informazione registrata dal supporto fotosensibile non può essere sostituita. “Ciò che la Fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta”[9]: è nell’irreversibile trasformazione dei materiali sensibili che avviene in quel momento che si definisce la fotografia; quando Tempo e Materia interagiscono facendo sì che ogni fototipo non possa darsi che quale esito di quel singolo e unico processo fotochimico, cioè materiale (e irreversibile, ma di questo diremo), accaduto in quel tempo. In ragione di questo processo ontologico diventa illusorio pensare di poter intervenire sulla materialità del bene quando questo è un fototipo: poiché nella Fotografia materia e tempo concorrono inestricabilmente a determinare l’opera, il solo elemento su cui pare possibile intervenire non può che essere il supporto. Il restauro della Fotografia è una contraddizione in termini[10].

Intorno alla questione fondamentale dei materiali fotosensibili si misura anche la distanza con le immagini realizzate con un dispositivo digitale, che condividono con quelle analogiche il solo momento della generazione ottica della traccia, essendo invece inconcepibile – come si è detto – ogni realizzazione off-camera. Quando il supporto fotosensibile manca (o diviene radicalmente altro, come nel digitale) credo non abbia più senso parlare di processo fotografico in senso proprio, mentre resta possibile e quasi ovvio parlare di pratica fotografica, ma solo in termini socioculturali, che qui non interessano[11].  Credo sia un errore grave sottovalutare le implicazioni che derivano dalle incommensurabili differenze tra paradigma analogico e paradigma digitale:  non è possibile assimilare le emulsioni fotosensibili, in cui l’energia luminosa determina delle modifiche strutturali stabili, di fatto irreversibili, a un sensore destinato a tradurre quella stessa energia in informazione codificata mantenendo immutata la propria struttura e a trasferire successivamente i dati a un supporto insensibile, in grado di registrare informazioni di qualsivoglia natura.  È la tecnologia dei materiali e dei processi che determina cosa sia o non sia un fototipo e allora, come già fu alle origini, credo che il problema sia sempre quello del fissaggio: può una sequenza numerica considerarsi ‘fissata’ così come la dimensione e la posizione di una molecola di argento o di gomma bicromatata dopo il trattamento? Tra agonia della stabilità analogica e definitivo sopravvento dell’instabilità digitale oggi pare che non si sappia bene che cosa sia, a cosa  dare il nome di fotografia (e a partire da quali condizioni), apparentemente incapaci di comprendere le differenze, e le conseguenze, tra irreversibilità del processo fotochimico e reversibilità indifferente del processo digitale. Questo però è un discrimine che è indispensabile riconoscere e su cui si deve riflettere anche – e forse specialmente – in termini di conservazione e restauro.

Posto che non è astrattamente in discussione lo statuto di bene culturale delle immagini digitali, ciò che qui interessa considerare sono le implicazioni connesse alle due tipologie di beni, le cautele necessarie per affrontare in modo criticamente attrezzato queste evenienze, a partire proprio dalla necessità di considerarne e comprenderne la diversa natura, oltre le apparenze formali[12].

L’immagine analogica, in virtù della sua natura di traccia fisico chimica non è restaurabile, ciò che invece risulta possibile con quella digitale, rispetto alla quale si può intervenire sui singoli elementi codificati, esattamente riproducibili, ripetibili all’infinito, in un processo che può portare l’intervento sino a sfiorare il limite pericoloso della copia perfetta, del rifacimento integrale e indistinguibile, secondo un iter sostitutivo che sovrappone l’identità nuova alla preesistente sino a cancellarla senza lasciare tracce[13]. Questa ‘disponibilità’, derivata dal sistema notazionale proprio della matrice digitale implica e comporta anche la trasformazione dello statuto di questi beni, che passano dal regime autografico proprio dell’analogico, per il quale aveva senso parlare di riproducibilità,  a quello allografico, più pertinente al digitale[14], in cui la stessa idea di replica perde di senso risultando ciascuna nuova occorrenza indistinguibile dal primo esemplare. È chiaro come questo ordine di problemi investa, anche in termini conservativi e di tutela, la questione della difficoltà nel definire – nei differenti ambiti – cosa si possa intendere per matrice originale, replica e copia così come sulla distinzione tra immagine e opera, tra il contenuto referenziale della prima, che possiamo pensare identico in ogni sua manifestazione, e il  significato e il valore individuale di bene  (senza voler affrontare questioni di valore artistico o estetico, qui ininfluenti) che contraddistingue, ma non necessariamente distingue ciascuna delle sue occorrenze, ognuna segnata da una particolare storia di produzione che può avere o non avere influito sulla sua determinazione attuale[15].

Da queste specificità del fotografico anche nel contesto del restauro è possibile far derivare conseguenze importanti, rese ancora più urgenti dall’avvento del digitale. Ribadita la necessità metodologica di fondare sulla consapevolezza critica del bene come documento/ monumento ogni programma di intervento sul manufatto, in prima approssimazione si può ritenere che:

  • In presenza di fotografie analogiche, cioè di fototipi si può procedere solo alla salvaguardia dello strato immagine, mentre l’eventuale intervento di restauro conservativo si applica alla materialità dei diversi supporti presenti, nelle più diverse accezioni e gerarchie.
  • In presenza di immagini digitali è possibile distinguere le modalità di intervento tra matrice e stampa. In presenza di un file danneggiato si può procedere a interventi di restauro richiamandosi alle metodologie classiche, integrando cioè eventuali lacune con elementi di identica natura (bit) senza alcuna perdita di informazione, a ulteriore dimostrazione dell’incommensurabile diversità intrinseca dei due media. Anche le stampe derivate, almeno quelle non realizzate con processo fotografico[16], possono essere restaurate mediante integrazione pittorica delle lacune, ma evitando accuratamente l’incauto riaffiorare delle lusinghe del restauro stilistico.

Non rientra nelle mie competenze illustrare né tento meno discutere le metodiche di intervento,  i loro limiti e i problemi connessi, ma qualche parola andrà ancora spesa per delineare almeno sommariamente altre implicazioni metodologiche  celate sotto la traccia delle prescrizioni e delle tecniche di intervento.

Oggi nessuno più potrebbe definire il restauro come il “procedimento tecnico volto ad assicurare la conservazione e a reintegrare gli aspetti compromessi [dell’opera]” [17], senza tener conto del fatto che i “photographic objects (…) owe their look and structure to commercial and cultural influences as much as they do to technological factors”[18]. Il doppio richiamo di Grant Romer ci pare ancora indispensabile per comprendere la natura storica dell’oggetto fotografico e per contribuire a stabilire i principi di intervento, specialmente se letto in relazione con la sua puntuale individuazione di due diversi e complementari accezioni del  concetto di permanenza dell’immagine: “Commercially, the image had to remain unchanging long enough to fulfill its initial consumer function. Culturally, the photographic image and its objective substance must survive as long as it has clear useful value to the culture that maintains it.”[19] La permanenza, ben oltre l’orizzonte pragmatico che tanto preoccupava i ricercatori ottocenteschi, oggi può distinguere tra immagine e materia, deve tradursi in “programma di esistenza” dell’opera, basato sulla consapevolezza del suo significato di bene culturale, obiettivo per il quale non può essere ritenuto sufficiente considerare i soli problemi che derivano dalla sua già complessa struttura fisica. Mentre il contenuto referenziale può essere preservato e duplicato ad libitum, diventa  indispensabile associare alla valutazione delle condizioni materiali la definizione storiografica delle sue condizioni di produzione e fruizione, in un più ampio processo di lettura storico critica che consenta di ri-definire le  modalità della sua ricezione, il suo impianto concettuale e culturale, nella consapevolezza che non solo la materialità del bene si modifica, e magari degrada nel tempo, ma anche il contesto di fruizione e comprensione in cui questo è inserito, in mutazione continua.

 

Note

[1] Carta della Conservazione e del Restauro, 1987, art.6/ comma a.

[2] Considerando il rapporto dialettico che deve essere posto in atto col bene quale testimonianza storica da interrogare, è necessario tener presente che la “verità storica [è] in continua ri-scrittura. Perciò è dall’inscrivere la problematica della passeità del passato nel grande cerchio della temporalità, che dipende in ultima istanza il destino di questa verità in sospeso, di questa veracità per sempre incompiuta.”, Paul Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato. Bologna: il Mulino, 2004, p.19. Pur senza addentrarci qui in una problematica troppo complessa, segnaliamo almeno la suggestione linguistica e quindi concettuale che lega i termini traccia, testimonianza (prediletta da un freudiano come Ricoeur) e documento in ambito storico e fotografico. Se – con Marc Bloch – ogni testimonianza storica è “traccia” del passato, allora ogni fotografia è traccia di una traccia. Particolarmente stimolante e produttiva risulta la lettura in parallelo, a cui qui non posso far altro che invitare, dei testi di Ricoeur, di Georges Didi-Huberman, La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell’impronta. Torino: Bollati Boringhieri, 2009 e di Jean-Christophe Bailly, L’istante e la sua ombra. Milano: Bruno Mondadori, 2010.

[3] Allora, non tanto e non solo All Art Has Been Contemporary, come recita il lapalissiano motto al neon di Maurizio Nannucci (1999), che tanta fortuna ha avuto in molti musei del mondo, da Berlino a Torino a Firenze. Semmai è contemporanea tutta l’arte, cioè tutta la cultura alle cui manifestazioni riconosciamo oggi un valore.

[4] Si utilizza qui il termine in senso lato e rischiosamente onnicomprensivo, non essendo questa l’occasione e la sede per procedere a ulteriori specificazioni dell’accezione teorica e metodologica del concetto. Quale riferimento generale può ancora essere utile la nuova edizione dello studio di Alessandro Conti, Storia del restauro e della conservazione delle opere d’arte.  Milano: Electa, 2002, con postfazione di Massimo Ferretti. Si vedano inoltre Chiara Piva, Ilaria Sgarbozza,  Il corpo dello stile: cultura e lettura del restauro nelle esperienze contemporanee: studi in onore di Michele Cordaro.  Roma: De Luca, 2005; Pasquale Gagliardi, Bruno Latour, Pedro Memelsdorff, eds.,  Coping with the past: creative perspectives on conservation and restoration. Firenze: Leo S. Olschki,  2010.

[5] “Parlare di trascorso non significa solamente vedere nel passato ciò che sfugge alla nostra presa, ciò su cui non possiamo più agire, ma significa anche voler dire che l’oggetto del ricordo reca indelebile la marca della perdita. L’oggetto del passato in quanto trascorso è un oggetto (d’amore, d’odio) perduto: l’idea di perdita è, da questo punto di vista, criterio decisivo della passeità.”, Ricoeur 2004, p.11.

[6] Per un’ampia e precisa definizione del termine si rinvia a Gottfied Jäger, Rolf H. Krauss, Beate Reese, Concrete Photography Konkrete Fotografie. Bielefeld: Kerber Verlag, 2005, mentre per sciogliere ogni ambiguità intorno alle pretese astrazioni fotografiche continua a essere di grande utilità l’Intervista a Massimo Cacciari, a cura di Paolo Costantini, “Fotologia”, v. 5, estate- autunno 1986, pp.74-79.

[7] Karl-Heinz Hargesheimer (Chargesheimer), dalla conferenza tenuta al Circolo Fotografico Milanese, 1950, citato in “European Photography”, n.57, 1995, p.46.

[8] Come ebbe a dichiarare Henry Holmes Smith riprendendo un concetto già espresso dal suo maestro Moholy-Nagy, “lo strumento essenziale del processo fotografico non è l’apparecchio ma il materiale  sensibile”, in Joel Eisinger, Henry Holmes Smith’s Mother and Son Oedipal Syrup,  “History of Photography”, 18 (1994), n.1, Spring, pp.78-86.

[9] Roland Barthes, La camera chiara. Torino: Einaudi, 1980, p.6. L’affermazione non è meno vera per la fotografia concreta, sebbene questa nella sua unicità non provenga da una matrice infinitamente riproducibile.

[10] Prova ne sia – tra l’altro – il fatto che non può essere attuato ricorrendo alla stessa materia e tecnica, allo stesso medium con cui l’opera era stata realizzata, tanto che, ad esempio, si parla comunemente e correttamente di “integrazione pittorica delle lacune” per quei casi in cui è necessario riequilibrare percettivamente una porzione di immagine. Qui le disquisizione filologiche sull’autografia o sulla necessità deontologica della riconoscibilità degli interventi non hanno ragione d’essere: semplicemente non esiste ‘materia’ del contendere.

[11] Si vedano le considerazioni di segno opposto espresse da William John Thomas Mitchell, Realismo e immagine digitale, in Roberta Coglitore, a cura di, Cultura visuale: paradigmi a confronto. Palermo: :duepunti edizioni, 2008, pp. 81-99. In questo breve testo, che sconta forse l’occasionalità della sua redazione, Mitchell considera “riduttiva” ogni ontologia che si limiti a indagare intorno all’essenza, poiché “se l’ontologia è lo studio dell’essere, allora (…) l’ontologia della fotografia dovrebbe concentrarsi sull’essere nel mondo”, non tenendo conto – a mio parere – del fatto che  proprio l’essere nel mondo non può che fondarsi sulla sua essenza, perché sennò?

[12] Si potrebbe dire – parafrasando un’efficace formulazione di Marra, che pure non concorderebbe con questa distinzione – che l’immagine digitale “assomiglia” a una fotografia ma “di fatto funziona come” un quadro. Per l’origine della parafrasi cfr. Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento. Milano: Bruno Mondadori, 1999, p. 15.

[13] In ambito digitale la difficoltà è semmai costituita dalla rapidissima  obsolescenza dell’hardware e del software con cui un’immagine è stata realizzata, processata e stampata.

[14] Nelson Goodman, Languages of Art: An Approach to a Theory of Symbols, Indianapolis: The Bobbs-Merrill Company, 1968 (trad. it. I linguaggi dell’arte. Milano: Il Saggiatore, 1976) la cui distinzione fondamentale tra sistemi notazionali e non notazionali  “si regge sulla differenza tra discreto e continuo, o digitale e analogico”, cfr. Roberto Diodato, Estetica del virtuale. Milano: Bruno Mondadori, 2005, p. 76. Per quanto riguarda le implicazioni delle teorie goodmaniane in relazione ai concetti di copia e di replica si veda Luca Marchetti, Arte ed estetica in Nelson Goodman. Palermo: Centro internazionale studi di estetica, 2006 , in particolare alle pp. 103-104. I nessi con l’ambiente digitale, anche per quanto riguarda la fotografia, solo accennati da Marchetti, sono stati affrontati da Ilaria Boeddu, Nelson Goodman: uno sguardo analitico sull’arte contemporanea. Alessandria: Edizioni dell’Orso, 2009, pp. 138-141.

[15] A titolo esemplificativo si pensi agli estremi costituiti dalle diverse repliche di un file, per definizione identiche e indistinguibili, o alle diverse edizioni  tratte da uno stesso negativo sotto la diretta responsabilità dell’autore, che invece possono anche essere radicalmente diverse tra loro e quindi di fatto uniche pur essendo ricavate da una medesima matrice.

[16] Si vedano almeno. Richard Benson, The Printed Picture. New York: The Museum of Modern Art, 2008, Martin C. Jurgens, The Digital Print: Identification and Preservation. Los Angeles: Getty Conservation Institute, 2009.

[17] “Lessico Universale Italiano”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1977, ad vocem, citato da  Sergio Angelucci, Per una base teorica comune nel restauro di tutti i beni culturali, in Maria Regni, Piera Giovanna Tordella, a cura di, Conservazione dei materiali librari archivistici e grafici. Torino: Umberto Allemandi, 1999, pp.277-282 (277).

[18] Grant Romer, An Overview of the Current Development of the Field of Conservation of Photographs, in Regni, Tordella 1999, pp. 243-246 (243).

[19] Ibidem, corsivo di chi scrive.

Mostrare i documenti: una questione diplomatica (2012)

in  Silvia Paoli, Giorgio Zanchetti, a cura di, L’uomo in bianco & nero, atti degli incontri di studio Storie di fotografia (Milano, Castello Sforzesco, ottobre 2007-maggio 2010), “L’uomo nero: materiali per una storia delle arti della modernità”, N.S. 9 (2012), n. 9, dicembre, pp. 175-193

 

In memoria di Roberto Signorini

 

 

 

Una finzione è un documentario, ed è anche la realtà.

Nobuyoshy Araki, 2004

 

La conoscete anche voi, ne sono certo, la sensazione che si prova: mostrare i documenti è sempre perturbante. Specialmente quando questa richiesta ci è rivolta (magari) dal rappresentante di una qualche autorità (magari) in uniforme: spersonalizzato. Un brivido freddo, umido, per quanto leggero – non più di un fastidio – ci scivola lungo la schiena come la bava di un cane pavloviano. Affiora un senso di colpa e di pericolo insieme. Nasce dal confronto, impari, tra due opposti: la mia identità è indagata, messa in dubbio da qualcuno che nasconde la propria.

Inevitabile il disagio: in fotografia vengo così male!

Non mi riconosco e mi perdo, forse perché – come ha scritto il Barthes più lucidamente letterario – “non appena io mi sento guardato dall’obiettivo (…) mi trasformo immediatamente in immagine”[1], abdico alla mia identità, alla mia complessità quindi, a favore di un canone. Dev’essere per questo che “in fondo, una foto assomiglia a chiunque, fuorché a colui che essa ritrae”[2], ovvero che “a rigor di termini da una fotografia non si capisce mai nulla.”[3] È per questa consapevolezza, anche. È per questa somiglianza impossibile, che pare vanificare ogni sforzo e ogni eventuale volontà di collaborazione, che mostrare i documenti costituisce un problema, una vera e propria questione che supera i rituali della diplomazia per chiamare in causa le ragioni della diplomatica[4] e apre il fotografico vaso di Pandora della funzione documentaria, del nesso possibile tra somiglianza e testimonianza.

Le riflessioni che seguono non riguardano perciò, almeno non principalmente, lo “stile documentario” (Evans), né l’ “arte del documento” (Lugon) o le “platitudes” studiate da De Chassey[5]; semmai quei documenti che assumono la forma di fotografie, cioè tutte le fotografie (analogiche). Vorrei ragionare intorno alla Fotografia come Documento, e del cosa, sapendo che  “Ogni volta che commentiamo un’immagine, in effetti, facciamo della politica. Parlare delle immagini significa, di fatto, ‘prendere posizione’ riguardo all’efficacia di queste stesse immagini sulla comunità.”[6]

È arduo se non impossibile, forse non solo qui, ripercorrere le vicende che hanno segnato il formarsi e il modificarsi del “pregiudizio realista”[7], del carico documentario della fotografia; dell’espiazione di quel peccato originale da cui da sempre i fotografi (e i critici, dopo) hanno tentato di liberarla e di liberarsi utilizzando le più diverse strategie, poiché anche solo tentare di metterne a punto la successione costituirebbe un impegnativo progetto storiografico.  Basti forse provarsi a dire che tutte queste strategie si sono rivelate necessarie e inevitabili quanto inutili. Inefficaci: perché la referenzialità costitutiva della fotografia resiste a ogni tentativo di negarla. Inevitabili e storicamente necessarie perché è negli sforzi compiuti per accogliere come per superare questa referenzialità sorda che ha preso corpo, che si è mobilmente definito non solo il campo dell’espressività del mezzo e della conseguente riflessione intorno alla definizione della figura e del ruolo dell’ autore[8], ma anche l’insieme dei discorsi intorno e sulla natura stessa della fotografia. Per gran parte della cultura del XIX secolo questa è stata considerata testimonianza fedele del reale[9]; questo era considerato il suo maggior pregio, il suo massimo valore d’uso: il suo dato ‘positivo’. Se ne discutevano i modi semmai, non i fondamenti. Nella metafora quasi animista di François Arago ( 1839) le fotografie erano considerate “immagini [che] creavano sé stesse”; “specchi dotati di memoria” per Oliver W. Holmes (1856). Ancora all’inizio del XX secolo la convinzione di uno studioso raffinato come Peirce era che le fotografie fossero molto istruttive “poiché noi sappiamo che esse sono per certi aspetti esattamente come gli oggetti che rappresentano. Ma questa somiglianza è dovuta al fatto che le fotografie sono state prodotte in condizioni tali da dover corrispondere punto a punto alla natura.”[10] In questa pura constatazione fenomenologica, nell’inedito paradigma della costitutiva assenza di autorialità risiedeva il loro confortante statuto di prova e – ancor prima, ancora adesso – il loro insostituibile valore d’uso. Non toccate da mano d’uomo: non manipolate. È su queste basi che la fotografia venne quasi immediatamente accolta nel laboratorio dello scienziato come nella camera di sicurezza del criminologo; nello studiolo dell’architetto restauratore o dello storico dell’arte.

Considerando che “nella sua definizione classica, la fotografia non è altro che un processo di registrazione, una tecnica di iscrizione, in un’emulsione a base di sali d’argento, di un’immagine stabile generata da un irradiamento luminoso”[11], e che l’accezione diplomatica di documento è quella di “una cosa normalmente mobile (…) prodotta su un supporto (…) tramite un mezzo scrittorio (…) o un dispositivo [che è a sua volta, in senso neppure troppo lato, un mezzo scrittorio] per fissare l’immagine o la voce o, contestualmente, l’immagine e la voce”[12], allora possiamo non solo riconoscere che tutta la cultura del XIX secolo ha legittimamente considerato la fotografia come la più soddisfacente forma di documento visivo, ma anche provare ad avanzare timidamente l’ipotesi che una fotografia, quindi ogni fotografia sia di per sé un documento anche in senso diplomatico archivistico.  La contrapposizione ad alcune recenti posizioni di radicale revisionismo antibarthesiano non potrebbe essere più netta: “poiché la fotografia non è per sua natura un documento” – ha scritto André Rouillée – “il documento non sarebbe in grado di costituire una qualsivoglia essenza o noema della fotografia. Se la fotografia non è per sua natura un documento, ogni immagine racchiude comunque un valore documentario che, lungi dall’essere definito e assoluto, deve essere considerato nella sua variabilità nel contesto di un regime di verità; un regime documentario.”[13]

Resta per ora inevasa l’altra fondamentale questione del cosa una fotografia documenti: “Evidentemente il documento interessa per il suo contenuto, per le informazioni che tramanda, tuttavia le notizie che vi sono rappresentate o descritte richiedono in chi le confeziona delle capacità tecniche che si traducono in canoni di rappresentazione che a loro volta possono costituire oggetto di analisi essendo essi stessi testimonianza diretta dell’attività di documentare.”[14] La definizione diplomatica orienta inevitabilmente il nostro interesse verso il riconoscimento del contenuto e delle informazioni che il documento fornisce, ma ci invita anche a sfuggire al rischio del sinonimo, a scavare una piccola rete labirintica di solchi intermedi, interstiziali. In una distinzione che è più semplice verificare in termini empirici possiamo allora far corrispondere “il contenuto” al dato referenziale, alle notizie “rappresentate o descritte”, mentre nella più generale categoria delle “informazioni” possiamo comprendere tutti gli elementi canonici (storici, culturali, materiali) che determinano la forma, che informano la rappresentazione del contenuto stesso. Da ciò consegue che gli elementi di maggiore ‘valore documentario’ possano essere costituiti  proprio dalle relazioni tra contenuto e canone, tra rappresentato e rappresentazione, connotando in senso più ricco e complesso lo stesso concetto di documento.[15] La verifica sperimentale di questi nessi raggiunge tensioni problematiche particolarmente elevate, genera illuminanti corto circuiti in grado di verificarne la tenuta, quando rappresentazione e rappresentato vengono a coincidere, quando entra (letteralmente) in campo il soggetto autore, non troppo implicito antagonista della neutra oggettività della Natura nello spietato conflitto per la conquista della Verità sotto specie fotografica. Sin dalle origini la sua costitutiva esclusione aveva rappresentato il fondamento, e la garanzia, dello statuto di prova dell’immagine fotografica[16] ovvero, a voler essere precisi, del fototipo, e conseguentemente la negazione di ogni possibilità espressiva, ponendo la pratica e la produzione fotografica al di fuori di ogni possibile paradigma artistico. Non si trattava però di una verità assiomatica o sperimentale, semmai di un luogo comune, per quanto efficace.  Si consideri uno dei progetti più felicemente sofisticati di quella stagione: il notissimo autoritratto di Hippolyte Bayard intitolato Le Noyé, datato 18 ottobre 1840, del quale si conoscono tre varianti[17]. La suprema efficacia di questo modello di strategia comunicativa si fondava proprio sulla consapevolezza e sull’appropriato e conseguente uso narrativo della convenzione in base alla quale il documento (qui: la fotografia) assume validità di prova, accresce il proprio valore testimoniale in misura direttamente proporzionale alla scomparsa (della figura individuale) dell’Autore. E allora: quale miglior ritrarsi del suicidio.  Al verso di una di queste varianti[18] si può leggere l’altrettanto famosa lettera: “La salma che qui vedete è quella di M. Bayard, inventore del procedimento che vi è appena stato illustrato, e di cui vedrete presto i meravigliosi risultati. (…) Il governo che ha sostenuto M. Daguerre più del necessario, ha dichiarato di non essere in grado di fare qualcosa per M. Bayard, e l’infelice si è gettato nel fiume per la disperazione. Oh, incostanza umana! Per molto tempo artisti, scienziati e la stampa si sono interessati a lui, ma ora che giace da giorni alla Morgue nessuno l’ha riconosciuto o ha reclamato la sua salma! Signore e signori, parliamo d’altro in modo che il vostro senso dell’odorato non venga offeso perché, come probabilmente avrete notato, il volto e le mani hanno già cominciato a decomporsi. H.B., 18 ottobre 1840.” L’eccezionale interesse di questo insieme documentario risiede non solo (non tanto?) nelle diverse informazioni contenute, quanto nelle questioni che pone, per la chiarezza esemplare con cui mostra quanto la funzione documentaria di questa nuova categoria di immagini avesse sin dalle origini basi ontologiche e convenzionali a un tempo. Accogliendo l’autenticità del testo che la correda, siamo legittimati a dire che questa è proprio la prima fotografia destinata a valere come prova. Subito vera e falsa. Esemplare di tutti i discorsi che poi verranno fatti e si potranno fare; per questo assume un valore paradigmatico. Per questo bene si presta a essere studiata con gli strumenti analitici della diplomatica, nel cui ambito “lo studio del documento conduce inevitabilmente a porre in rilievo il rapporto tra la natura dell’atto giuridico e la forma dell’atto, e a evidenziare – astraendo dalla storicità del contenuto dell’atto – le connotazioni formali del documento.”[19] L’analisi diplomatica dei suoi caratteri[20] intrinseci (autore, data, contenuto) ed estrinseci (materia e tecnica, ‘stile’ e connotazioni culturali), mostra quanto alcuni possano essere dati per solidamente acquisiti (autore, data, materia e tecnica), mentre altri restano da considerare e circoscrivere; tutti per certi versi relativi alla definizione del contenuto informativo, pur avvertendo che ciò non necessariamente implica un giudizio di verità: non “se dice il vero”, ma “cosa dice, e perché”. È innegabile che l’intenzione dell’immagine apparente (non dell’autore) fosse esplicitamente documentaria, fondata sull’evidenza che ciò che si dava a vedere aveva tutte quelle caratteristiche – immediatamente recepite – di oggettività naturale, attribuite a ciò che oggi chiamiamo fotografia. Questa sua capacità persuasiva era poi ribadita, confermata e certificata dal titolo. Anche la semplicità della ripresa e l’assenza di manipolazioni evidenti, propria della fotografia delle origini, qualificavano (inevitabilmente?) lo stile come documentario; ciò che ulteriormente confermava l’osservatore del suo valore di prova. A questo statuto di traccia indiziaria si accompagnava però, senza contraddirlo, una sintassi compositiva tutta interna alla tradizione culturale dell’Accademia artistica, dove l’iconografia richiamava (se non proprio citava) La mort de Marat  di Jacques-Louis David (1793).  L’intenzione narrativa (dell’autore, quindi) era invece pragmatica (propositiva, pubblicitaria): tendeva a convincere, a costituirla – diremmo oggi – anche come immagine “agente di storia”. Questa somma di ragioni indica come questa fotografia sia sotto un certo rispetto autentica (prodotta intenzionalmente dall’autore dichiarato) e per un altro aspetto falsa, poiché ci inganna sulla realtà che pretende di mostrare. Questa attestazione di falsità è però vera e costituisce (non troppo paradossalmente) l’esito e la conseguenza del testo (che possiamo pensare come didascalia, per quanto insolitamente lunga) redatto dallo stesso autore, che mina la veridicità dell’immagine nel preciso momento in cui la propone come testimonianza documentale. La fotografia non riproduce (il mondo esterno) ma produce (messe in scena del mondo) e ciò nonostante ci consente di interpretarla come testimonianza o almeno come indizio. Non solo di dire che ci sono certamente stati un tempo e un luogo in cui una persona che nominiamo H.B. si è posta in posa di fronte all’obiettivo, ma anche quali fossero le sue sembianze. Non solo quale fosse la sua strategia politica, ma anche la sua cultura visiva; quale la sua competenza (tecnica, espressiva), quali gli oggetti di cui si circondava, quale forma avesse il cappello che usava per i lavori in giardino. Ennesima prova, se mai se ne sentisse il bisogno, di quanto il contenuto del documento fotografico, e l’interesse che può determinare in noi, non possa mai essere ridotto al puro referente fisico, sebbene senza di questo, qualunque sia il modo della sua restituzione, non si dia fotografia.  La pura referenzialità (indicale e primaria, fondante e irriducibilmente resistente) risulta inscindibilmente marcata (ma non eliminata) da connotazioni più o meno consapevoli o intenzionali (iconografiche, simboliche) che non possono che essere di tipo storico culturale e – nello specifico – artistiche.[21] Appartenenti cioè alla storia e alla cultura delle immagini. È questo che rende immediatamente problematica e riduttiva la nozione positivista di documento applicata alla fotografia, ma soprattutto dimostra come sin dalle origini l’antinomia documentario/ artistico, documentario/ narrativo, o documentazione/ finzione che dir si voglia, si dimostri inefficace se non inconsistente, forse semplice eredità della reazione modernista al perdurante pittorialismo. Negli stessi anni (1887-1908) in cui questo aveva cercato di ridurre al limite della riconoscibilità la relazione referenziale della fotografia, accentuandone le valenze simboliche e allontanandosi dal ‘fotografico’, Charles Peirce dava forma logica alla concezione che le aveva assegnato la cultura del XIX secolo[22] mettendo a punto quella teoria del “segno in relazione al suo oggetto” che tanto avrebbe influito decenni più tardi sulla definizione semiotica della fotografia e sull’analisi della sua funzione documentaria, sebbene la compresenza di indice e icona aprisse già allora lo spazio alla pratica artistica.[23] “Una fotografia è un indice avente un’icona incorporata in sé” affermava Peirce nel 1903[24] precisando e arricchendo alcuni cenni precedenti.[25]  “Il fatto che [della fotografia] si sappia che è l’effetto delle radiazioni provenienti dall’oggetto la rende un Indice, anche molto informativo.” E inoltre: “Il valore di un’icona consiste nel suo esibire i tratti di uno stato di cose considerato come se fosse puramente immaginario. Il valore di un indice è che ci assicura di fatti positivi. Il valore di un simbolo è che serve a rendere razionali il pensiero e la condotta e ci consente di predire il futuro. Spesso sarebbe desiderabile che un representamen esercitasse una di queste tre funzioni con esclusione delle altre due, o due di esse con esclusione della terza; ma i segni più perfetti sono quelli nei quali i caratteri iconico, indicativo e simbolico sono fusi il più ugualmente possibile.”[26]

Sono queste le condizioni che consentono di dire che la fotografia è un esempio perfetto di segno, nel quale la funzione documentaria non può essere ridotta al suo valore indicale, ma neppure che questo può essere escluso quando prevalgano le componenti o le funzioni iconiche e simboliche, se lo spazio narrativo abitato dall’autore assume una dimensione preminente. Circa gli stessi anni, indizi sparsi di una concezione della fotografia meno manichea di quella modernista si ritrovano nelle affermazioni, magari ingenue e teoreticamente poco consapevoli, di Alfred Liégard,  promotore per la Francia della costituzione degli Archivi Fotografici Nazionali, per il quale “l’arte e il documento possono, anzi devono, intendersi sul terreno della fotografia (…). Il fotografo artista dovrebbe disdegnare il documento? Per quanto mi riguarda non lo credo. Nulla gli impedisce di trattare artisticamente il documento.”[27] Ma anche, sul versante della critica politica dell’indice, nelle parole di Bertold Brecht per il quale “una semplice restituzione della realtà [meno che mai] dice qualcosa sopra la realtà. (…) La realtà vera è scivolata in quella funzionale.”[28]  Paradigmatico in tal senso il caso delle riprese aeree, figlie del primo conflitto mondiale, quando guerra e fotografia si allearono per offrire alla vista immagini sconosciute del mondo, che ben esemplifica i termini della questione documentaria, rendendo evidenti i problemi che ci sono in ogni fotografia. L’automatismo di ripresa, l’esclusione programmatica di ogni intenzione autoriale rendevano ciascuna di queste immagini l’esempio più puro di documento, sebbene risultassero di fatto incomprensibili, cioè prive di qualsivoglia valore documentario (e strategico),  a meno di possedere gli strumenti adatti per la loro decifrazione. D’altro canto offrivano quella “esperienza più completa dello spazio (…) uno spazio in tutte le sue dimensioni, uno spazio senza limitazioni”[29] che tanto avrebbe inciso sulla cultura visiva e sulle avanguardie di primo Novecento, dal Futurismo alla Nuova Visione almeno. Reagendo alle manipolazioni della stagione pittorialista, all’equivoca, ingombrante presenza dell’Autore nella determinazione dell’immagine finale, è stato – come è ben noto – il modernismo a recuperare criticamente il valore positivo, specificamente fotografico, della rilevanza del mezzo e del dispositivo, con l’intenzione “di fare con la fotografia un’arte di pura rappresentazione impersonale, un’arte oggettiva”[30], nella convinzione che potesse “essere assai più vicina all’arte, più suggestiva, una immagine ottenuta con puri mezzi fotografici, che non un’altra ottenuta attraverso manipolazioni varie per darle, precisamente, un aspetto ‘artistico’.”

Da queste posizioni, ampiamente condivise dalla cultura fotografica occidentale tra le due guerre, prende l’avvio la questione dello stile documentario, il cui termine qualificativo lo stesso Walker Evans considerava “ingannevole”[31], ma che ha influenzato intere generazioni di autori, rappresentativi di quella che De Chassey ha definito come fotografia “piana”.  “Per funzionare come documenti – ha scritto Lewis Baltz – le fotografie devono innanzitutto persuaderci che esse descrivono correttamente e obiettivamente il loro soggetto; devono in primo luogo convincere il loro pubblico [sic] che si tratta veramente di documenti, che il fotografo ha pienamente utilizzato la propria capacità di osservazione e che ha messo da parte la sua immaginazione e i suoi ‘a priori’.[32] (…) Idealmente il fotografo dovrebbe essere invisibile e il mezzo trasparente; per lo meno è a questo livello di obiettività cui io aspiro. Io voglio che il mio lavoro sia neutro, diretto e libero da ogni intenzione estetica o ideologica affinché le mie fotografie possano essere viste come delle dichiarazioni fattuali sul loro soggetto piuttosto che come espressioni di ciò che io ne penso.”[33] La poetica della (presunta) “cancellazione del soggetto agente”, che si riappropria criticamente delle posizioni ottocentesche attraverso W. Evans, costituisce per Olivier Lugon “la regola fondamentale dello stile documentario”[34], ma si fonda a mio parere su di una concezione semplicistica e fondamentalmente errata.  Non sono infatti i modi (quindi neppure lo stile) a determinare lo statuto di documento di una fotografia, ma il suo essere (originata da) un fototipo[35], comunque consapevoli che questo, come ogni altro documento del resto, non possa mai essere letto come una “dichiarazione fattuale” della realtà: semmai di una realtà o – meglio – di una sua particolare porzione e manifestazione[36]. Come ha sarcasticamente dimostrato Duane Michals: There Are Things Here Not Seen in This Photograph, “Ci sono cose che non si vedono in questa fotografia: La mia maglietta era madida di sudore. La birra era buona, ma io avevo ancora una gran sete. Un ubriaco stava parlando a voce alta di Nixon con un altro. Io osservavo uno scarafaggio passeggiare lentamente lungo il bordo di uno sgabello. Dal jukebox, Glenn Campbell incominciava a cantare Southern Nights.  Avevo bisogno di andare in bagno. Un derelitto mi si stava avvicinando per chiedere soldi. Era ora di andare.”

Quella che per i critici delle origini era quasi solo una pura constatazione fenomenologica, e per i modernisti una rivendicazione estetica, è stata assunta da molti autori novecenteschi di tradizione, diciamo così, ‘topografica’ come posizione critica, senza rendersi conto (o non essendo interessati al fatto) che il funzionamento documentario è indifferente allo stile; che lo stile documentario è solo uno dei possibili; che ogni fotografia  (diversamente e più di ogni altro prodotto culturale) ha un elevato contenuto testimoniale dovuto al suo inevitabile carico referenziale. È dal seme della sua determinazione ontologica che germogliano poi le intenzioni, le condizioni e i condizionamenti del contesto e dell’autore, vale a dire tutti quegli ulteriori elementi che ne determinano/ configurano il senso storico e il valore documentario complessivo.[37]  Anche per questo risulta oggi difficile concordare con W. Evans quando affermava che “un esempio di documento in senso letterale sarebbe la fotografia di un crimine scattata dalla polizia. Un documento ha un’utilità, mentre l’arte è davvero inutile. Perciò l’arte non è mai un documento, anche se può adottarne lo stile.”[38] Di questa abusata citazione non mi pare possibile condividere la sostanza, e non solo perché la concezione di documento qui espressa appare irrimediabilmente datata e riduttiva per gli anni in cui è stata espressa (1971); non solo perché ogni opera (non solo fotografica, ovvio) può essere (usata come) documento, ma anche e soprattutto perché quando questa è una fotografia essa costituisce inevitabilmente un documento almeno nel suo più riduttivo senso referenziale, di segno indicale scalato nel tempo (“è stato”). Di più, e ribaltando in un qualche modo le convinzioni comuni, la storia della fotografia ci mostra come l’idea di documentario e la stessa realizzazione del documento non abbiano mai escluso la possibilità di interventi da parte dell’autore. La funzione documentaria convive da sempre con manipolazioni più o meno rilevanti, configurandosi come intenzione che accoglie i valori testimoniali di registrazione di ogni ripresa fotografica.  Si pensi ad esempio alla pratica di integrare i cieli inevitabilmente spogli delle riprese ottocentesche: per ovviare all’inconveniente non c’era buon fotografo che non si dotasse di “numerosi negativi di nuvole nei quali la posizione del sole varia di molto; [così] accade che qualcuno di questi negativi si adatti perfettamente alle condizioni di luce del momento in cui opero normalmente. Quel cielo viene perciò riprodotto in più vedute.”[39] Tecnicamente: un vero e proprio fotomontaggio, non diverso (neppure nelle motivazioni generali di efficacia dell’immagine finale) da quelli che ha realizzato ad esempio un autore di grande maestria documentaria come Vittorio Sella, sia in alcune delle sue notissime immagini di montagna, aggiungendo nuvole o figure, sia in un contesto apparentemente meno problematico quale è quello della documentazione etnografica, quando, ad esempio, è intervenuto incollando la figura di un galletto per riempire il primo piano di una scena di paese.[40] Nessuna volontà di praticare l’artificio come illusione, né di perpetrare un falso. La loro invenzione era realistica, non fantastica: destinata a rafforzare l’effetto di realtà, se necessario spettacolarizzandola. Così resta difficile credere che “affinché [una fotografia] possa ‘passare’ per foto documento è necessario che non appalesi, a livello di traccia dell’enunciazione, il suo essere un fotomontaggio.”[41]  Condizione forse necessaria (a patto di ben definire cosa si intenda per fotomontaggio), ma certo non sufficiente, e comunque problematica, essendo determinata dalla doppia competenza del produttore e del fruitore. Direi piuttosto che è indispensabile che il suo contenuto iconico sia verosimile, cioè coerente con le aspettative legittimate dall’enciclopedia di conoscenze del fruitore stesso. È quindi una questione di ricezione e di giudizio, che rimanda all’esperienza; che si fonda – prima di ogni altra possibile valutazione – sul riconoscimento di quell’immagine come fotografia e sull’accettazione delle sue implicazioni.

Riconsideriamo allora un elemento centrale di una delle già citate affermazioni di Peirce:  “il fatto che [della fotografia] si sappia che è l’effetto delle radiazioni provenienti dall’oggetto la rende un Indice, anche molto informativo.”[42] Questo sapere, questa consapevolezza (per quanto problematica), questo riconoscimento è il fondamento della funzione del medium: “in ogni atto di ricezione di una fotografia vi è un momento iniziale che consiste nell’identificazione dell’immagine come un’immagine fotografica. È dal realizzarsi di questa identificazione che in gran parte dipende la costruzione del segno. Se infatti essa manca, l’immagine non sarà tematizzata come indicale: la si guarderà come semplice icona analogica.”[43] Riconoscendo quell’immagine come fotografica sono indotto a credere all’è stato di ciò che raffigura; a interrogarmi non sulla sua esistenza, certificata proprio dalla fotografia, ma sulla sua identità. Credo però che non si possa neppure escludere l’inverso: se la forma analogica, se l’icona non viene riconosciuta, se non si riesce a individuare un possibile referente poiché nessuna somiglianza è colta, possono non darsi ragioni per stabilirne la natura di indice. Nella nota definizione di Schaeffer la fotografia è quindi un “segno di ricezione”, il cui riconoscimento, la cui esistenza significante è condizionata dalla competenza del recettore. Per comprenderla in quanto tale è fondamentale “il sapere dell’arché : una fotografia funziona come immagine indicale a condizione che si sappia che si tratta di una fotografia, e cosa questo fatto implica”[44], sebbene questa conoscenza non abbia “affatto bisogno di essere un sapere scientifico in senso stretto. È sufficiente che sia in grado di mettere in moto una ricezione che riferisca le forme analogiche a impressioni reali, anziché a una libera raffigurazione.”  Riportando queste considerazioni al nostro discorso possiamo provare a dire che la possibilità di accoglierne il valore documentario (non il suo ‘stile’) dipende dalla duplice capacità del recettore di identificarlo in quanto fotografia, cioè di comprenderne la natura fondante e primaria di indice, e di riconoscerne il referente, almeno in termini generali poiché – come ha ricordato Paul Ricoeur – “affinché l’impronta sia segno di qualcos’altro, è necessario che in qualche modo indichi la causa che l’ha prodotta.”[45]

Dalla necessità di considerare come costitutiva (e produttiva) questa tensione tra indice e recettore derivano due conseguenze metodologiche: A- L’orizzonte disciplinare peirciano fornisce la strumentazione teorica necessaria per comprendere perché la fotografia documenta. B- Poiché la fotografia è anche “segno di ricezione” di cui il “ricevente deve sciogliere di volta in volta la costitutiva ambiguità”[46], quello stesso orizzonte risulta insufficiente e di necessità deve essere esteso facendo ricorso alle scienze storiche, all’interrogazione della fotografia in quanto prodotto culturale. Il passaggio dalla Fotografia alla fotografia implica il riconoscimento della connessione logica tra il suo processo generativo (e conseguente funzionamento semiotico) astorico, e la sua manifestazione concreta, oggettuale e temporale: storica. “Il significato di ogni fotografia – ha ricordato Geoffrey Batchen – è profondamente embricato di elementi sociali e politici. [Ma non dobbiamo credere che ] i significati e gli elementi politici si infiltrino semplicemente dall’esterno in una fotografia in paziente attesa.  Cos’è la fotografia in sé stessa, prima che entri a far parte di uno specifico contesto storico politico? La domanda è tanto impossibile quanto necessaria: impossibile perché non può mai darsi un ‘prima’ incondizionato, necessaria perché il postulare un momento originario è la condizione fondante dell’identità stessa.”[47] Questo porta a dire che “la mobilità semiotica della fotografia richiede certamente una storicizzazione altrettanto mobile.”[48] Semiotica e storiografia sono quindi i due ambiti teorici e metodologici solo apparentemente inconciliabili che ci consentono di dare sostanza attuale alla definizione di documento stabilita dalla diplomatica, indicando percorsi di ricerca e metodi che consentano di rispondere infine alla domanda cruciale del ‘cosa’ un documento significhi, di quali diversi ordini possano essere le informazioni che lo qualificano. A questo proposito può essere utile riflettere sulle corrispondenze esistenti tra la definizione peirciana di segno e quella di documento così come si è andata costituendo in ambito filosofico e storiografico francese nella seconda metà del Novecento. Sappiamo dalla semiotica che i segni puri sono estremamente rari, anzi “i segni più perfetti sono quelli nei quali i caratteri iconico, indicativo e simbolico sono fusi il più ugualmente possibile”[49], e – analogamente – che i documenti non registrano meccanicamente il dato o l’evento, non costituiscono la descrizione oggettiva di un’ entità ‘reale’, ma sono essi stessi intrisi di valori simbolici e determinati da canoni rappresentativi. “La storia è ciò che trasforma i documenti in monumenti” ha scritto Foucault[50], aprendo lo spazio a quella revisione profonda del concetto, poi compiuta da Jacques Le Goff: “il documento non è innocuo. È il risultato prima di tutto di un montaggio, conscio o inconscio, della storia, dell’epoca, della società che lo hanno prodotto, ma anche delle epoche successive (…) e la testimonianza e l’insegnamento che reca devono essere in primo luogo analizzate demistificandone il significato apparente. (…) Il documento è monumento. È il risultato dello sforzo compiuto dalle società storiche per imporre al futuro – volenti o nolenti – quella data immagine di sé stesse. Al limite non esiste un documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico il non fare l’ingenuo.”[51] Più in particolare – come ha ricordato Paolo Fossati – “è inutile fingere innocenza, distinguere tra creatività e documento (e non c’è idea peggiore che provarsi a farlo): bisogna manovrare, lì in mezzo”[52], rifiutando tra le altre cose la tentazione di soccombere alla logica fuorviante dell’eccezionalità, quanto mai pericolosa specialmente quando si intenda dar conto del lavoro fotografico, dell’opera di un fotografo.[53]

Come non esiste un segno che sia puro indice, una fotografia che sia puro “atto-traccia” al di fuori del momento della sua esposizione[54], analogamente non esiste un documento oggettivo. Per questo possiamo dire che ogni fotografia, in quanto segno nella sua pienezza, è un documento/ monumento ovvero

dati: I = indice; D = documento; M = monumento; S = simbolo

si può scrivere: I : D = S : M

che sviluppando diviene: I/ S = D/ M

che traduce in formula algebrica (affettuosamente dedicata a Peirce – Le Goff) le considerazioni espresse in precedenza. In questo senso credo si possa dire anche che ogni fotografia è un buon esempio di “semioforo, ossia un oggetto visibile investito della significazione”, secondo la nota definizione di Pomian, accompagnata però dalla precisazione necessaria che questo carattere non definisce tanto un’essenza quanto una funzione, poiché “i semiofori si distinguono dai sistemi di segni soprattutto per il fatto che nel loro caso la storia è il necessario complemento della teoria, e questo non perché rimandino a un presunto sostrato metafisico della continuità ma perché, essendo visibili e quindi caratterizzati da estensione e temporalità, si trasformano, si inabissano, cambiano di  posto e di significato sempre restando semiofori, oppure perdono la loro funzione, non circolano più e, se non vengono abbandonati come residui, cominciano a venir utilizzati come cose.”[55]

Così facendo assegniamo a ogni fotografia, un doppio valore documentario e quindi di fonte: prodotto di una cultura (sociale e individuale, artistica e tecnologica) che è precisamente testimoniata da ciascuna fotografia in quanto tale, nella sua individuale materialità di oggetto, ma anche testimonianza di una realtà altra da sé, della realtà storica del referente, rispetto alla quale il valore documentario prescinde dalla sua propria natura di oggetto per essere fondato interamente sulla sua essenza, sul suo noema. Dal valore delle fotografie come documenti/ monumenti deriva la necessità di andare oltre la considerazione per la semplice registrazione del dato referenziale per prestare attenzione, per interrogarle (e interrogarsi) sui canoni e sui modi della rappresentazione; di dare un senso alla scelta dei temi, assegnando la stessa importanza alle presenze come alle assenze. Sono queste le ragioni che devono portare, anche per la fotografia, a considerare la singola immagine solo in senso relativo per collocarla all’interno di una serie, portando alla luce la rete di relazioni che questa sottende e implica.

 

 

Note

[1] Roland Barthes, La chambre claire: Note sur la photographie. Paris: Cahiers du Cinéma – Gallimard – Seuil, 1980 (trad. it. La camera chiara: Note sulla fotografia. Torino: Einaudi, 1980), p. 12. Sulla tenuta delle posizioni espresse in questo notissimo testo, forse il più influente e citato saggio sulla fotografia degli ultimi decenni, oggetto in anni recenti di reazioni tardivamente isteriche, si vedano gli studi raccolti e l’ampia bibliografia citata in Geoffrey Batchen, ed., Photography Degree Zero: Reflections on Roland Barthes’s Camera Lucida. Cambridge, Massachusetts – London: The MIT Press, 2009.

[2] Barthes 1980,  p. 103.

[3] Susan Sontag, On Photography. New York: Farrar, Straus and Giroux, 1977 (trad. it. Sulla fotografia. Torino: Einaudi, 1978, p. 22).

[4] Intesa secondo la definizione classica come scienza che si occupa del documento in sé, dei suoi elementi formali e contenutistici allo scopo di verificarne e mantenerne nel tempo l’autenticità. Utili riferimenti al dibattito intorno alle relazioni fra la fotografia e la diplomatica sono stati indicati da Tiziana Serena, L’archivio fotografico. Possibilità derive potere, in Gli archivi fotografici delle Soprintendenze. Tutela e storia. Territori veneti e limitrofi, atti della giornata di studio (Venezia, 29 ottobre 2008), a cura di Anna Maria Spiazzi, Luca Majoli, Corinna Giudici. Crocetta del Montello: Terra Ferma, 2010, pp. 103-125 (105, nota 12)

[5] Cfr. Leslie Katz, Interview with Walker Evans, “Art in America”, 59 (1971), n.2,  March-April pp. 82-89 (87); Olivier Lugon, Le style documentaire. D’August Sander à Walker Evans 1920-1945. Paris: Éditions Macula, 2001 (trad. it. Lo stile documentario in fotografia. Da August Sander a Walker Evans 1920 -1945. Milano: Electa, 2008); Eric De Chassey, Platitudes. Une histoire de la photographie plate. Paris: Gallimard, 2006.

[6] Georges Didi-Huberman, intervistato da Isabella Mattazzi in occasione della presentazione del libro Come le lucciole. Una teoria della sopravvivenza,  “Il manifesto”, 40 (2010), n. 41, 20 febbraio, p. 11.

[7] Gérard Lagneu, Illusione e miraggio, in Pierre Bourdieu, dir., Un art moyen. Essais sur les usages sociaux de la photographie. Paris:  Les Editions de Minuit, 1965 (trad. it. La fotografia. Usi e funzioni sociali di un’arte media. Rimini: Guaraldi, 1972,  pp. 211-228 – 215).

[8] Tra queste una delle più interessanti e produttive è rappresentata dal paradosso della sua volontaria scomparsa quale strategia discorsiva destinata ad affermarne con maggior forza la presenza. Accogliendo le riflessioni ancora feconde di Vaccari e Flusser, per i quali l’autore si colloca buon ultimo nella determinazione dell’immagine, possiamo provare a dire che in alcune pratiche questo marca la fotografia in misura inversamente proporzionale alla sua esplicita volontà di farlo. Cfr. Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico. Torino: Agorà, 1979 (nuova ed. Torino: Einaudi, 2011); Vilem Flusser, Fur eine Philosophie der Fotografie. Göttingen: European Photography, 1983 (trad. it. Per una filosofia della fotografia. Torino: Agora, 1987; nuova ed. Milano: Bruno Mondadori, 2006). Le vicende storiche delle diverse pratiche fotografiche, delle differenti concezioni della fotografia comportano anche un percorso distinto, sebbene fortemente intrecciato a quello qui considerato, a cui possiamo solo accennare: quello del passaggio (funzionale, culturale, mercantile) da documento a opera,  si veda P. Cavanna, Da strumento a patrimonio: documenti e opere, in Fototeche a Regola d’Arte, Atti delle giornate di studio (Siena, 30 novembre – 1 dicembre 2007), a curadi Giorgio Bonsanti, Siena, CERR Centro Europeo di Ricerca sulla Conservazione e sul Restauro – Fototeca Briganti, Atti disponibili in rete: https://www.yumpu.com/it/document/read/33408520/1863-4-giugno-inaugurazione-del-museo-civico-comune-di-siena (01 03 2023).

[9] La definizione puramente analogica della fotografia era condivisa anche dalle culture non occidentali: in giapponese ad esempio gli ideogrammi che corrispondono al termine fotografia (“Shashin”)  sono traducibili come “copia della realtà/ realtà copiata”. Con significativo parallelismo, nella concezione positivista anche il lavoro dello storico si proponeva come ‘trasparente’, nella convinzione ideologica di poter mostrare i puri fatti. Oggi, così come la fotografia non è più ‘invisibile’ e anzi ci interessiamo prevalentemente ai modi della sua visibilità, anche il lavoro dello storico si offre esplicitamente come discorso e narrazione, dove “il senso non deriva dai ‘fatti’ nudi e crudi e dagli ‘eventi’ isolati, bensì è un qualcosa che scaturisce dalla temporalità della narrazione”,  Iain Chambers, Culture after Humanism.  London: Routledge, 2001 (trad. it. Sulla soglia del mondo: L’altrove dell’Occidente. Roma: Meltemi, 2003, p. 18), che riprende Paul Ricoeur, Temps et récit.  Paris: Seuil, 1983-1985 (trad. it. Tempo e racconto. Milano: Jaca Book, 1986-1988). La pratica storiografica attuale adotta una “concezione dinamica delle fonti, con il richiamo alla loro creazione epistemologica da parte dello storico, [ciò che] segna il superamento sia dell’ ‘oggettivismo’ dell’impostazione positivistica, sia del soggettivismo intuizionistico dell’idealismo; oggetto e soggetto della conoscenza storica sono legati da una relazione di reciproca funzionalità.”, Giovanni de Luna, La passione e la ragione: Fonti e metodi dello storico contemporaneo. Milano: La Nuova Italia, 2001, p. 118, che rimanda alla concezione dinamica delle fonti di Jerzy Topolski.

[10] Charles Peirce, What is a Sign?, in Id., How to Reason: A Critik of Arguments (Gran Logic), 1909, citato in Roberto Signorini, Appunti sulla fotografia nel pensiero di Charles S. Peirce,  2009, p. 203, disponibile sul sito della SISF – Società Italiana per lo Studio della Fotografia: https://www.sisf.eu/wp-content/uploads/2014/08/Signorini_Peirce_2009.pdf   [20 12 2022]. Questo contributo, che costituisce l’esito ultimo del costante, solitario e faticoso impegno di Roberto per l’accrescimento della cultura fotografica italiana, il suo ennesimo impervio sforzo per contribuire a colmare l’enorme divario che la separa – che ci separa – dagli universi della ricerca più attrezzata e avanzata che caratterizzano la scena degli altri paesi, ha costituito per me, come altre volte, non solo una fonte imprescindibile per accedere in modo sistematico al pensiero di Peirce, ma anche e soprattutto un’occasione di riflessione e quindi di crescita di cui gli sono debitore pur non condividendo sempre le sue conclusioni.

[11] Hubert Damish, Cinq notes pour une phénoménologie de l’image photographique, “L’Arc”, 1963, n. 21, printemps, ora in Id., La Dénivelée. À l’épreuve de la photographie. Paris: Seuil, 2001, pp.7-11 (7). Damish richiama poi l’attenzione del lettore sul fatto fondamentale, di cui qui non possiamo considerare le conseguenze, “che questa definizione non presuppone l’impiego di un apparecchio non più di quanto implichi che l’immagine ottenuta sia quella di un oggetto o di uno spettacolo del mondo esterno.” Analoghe considerazioni sono state espresse da Henry Holmes Smith riprendendo un concetto già espresso dal suo maestro Lazlo Moholy-Nagy: “lo strumento essenziale del processo fotografico non è l’apparecchio ma il materiale  sensibile”, cfr. Joel Eisinger, Henry Holmes Smith’s Mother and Son Oedipal Syrup, “History of Photography”,  18 (1994), n.1, Spring, pp.78-86. Ben si adattano a questa concezione le riflessioni sulla fotografia condotte nell’ambito dei più recenti studi sul segno: “La modalità semiotica della fotografia è quella di una traccia su una superficie e che, in quanto traccia, adotta il regime dell’impronta.”, Hamid-Reza Shaïri, Jacques Fontanille, Approche sémiotique du regard photographique: deux empreintes de l’Iran contemporain, “Nouveaux Actes Sémiotiques”, nn.73-75. Limoges: Pulim, 2001, (trad it. Un approccio semiotico dello sguardo fotografico: due impronte dell’Iran contemporaneo, in Pierluigi Basso Fossali, Maria Giulia Dondero, Semiotica della fotografia. Investigazioni teoriche e pratiche d’analisi. Rimini: Guaraldi, 2008, pp. 217-242: p. 353, nota 209), con l’avvertenza che attenendosi alla sola “ontologia della traccia, che si imporrebbe al fruitore al di qua di qualsiasi interpretazione, la foto diverrebbe un oggetto teorico solo nel momento in cui è assunta come ‘testimonianza muta’, una ‘macula caeca rispetto all’interpretazione’. Ma (…) la percezione della fotografia o la sua apprensione affettiva passano per interpretanti (…) attraverso movimenti abduttivi.”, Pierluigi Basso Fossali, Peirce e la fotografia: abusi interpretativi e ritardi semiotici, in Basso Fossali, Dondero 2008,  pp.113-214 (207). Per queste ragioni la semiotica filopeirciana viene da questi autori considerata insoddisfacente, perché “ha ricondotto la significazione [della fotografia] all’atto produttivo, senza dedicare attenzione né alle forme testuali, né ai regimi discorsivi e alle prassi comunicazionali. Queste teorie, invece che moltiplicare gli strumenti metodologici per rendere conto delle diverse strategie estetiche ed enunciazionali delle occorrenze testuali, riducono il funzionamento del medium a un’unica definizione, a un’essenza (fotografia come icona, indice, simbolo del reale). (…) Chi sceglie invece la testualità come unità pertinente all’analisi (…) ha il merito di deontologizzare il discorso sull’immagine fotografica distaccandosi da una classificazione per medium produttivo e di aprire alla problematica delle diverse pratiche di interpretazione e fruizione della fotografia.”, Maria Giulia Dondero, Geografia della ricerca semiotica sulla fotografia, in Basso Fossali, Dondero 2008,  pp. 21-111 (21-22). Pur comprendendo la necessità di marcare il proprio territorio di ricerca mi pare che non poche siano le possibili intersezioni tra queste rivendicazioni della supremazia della testualità e le riflessioni di segno diverso di autori come Schaeffer o Ricoeur (cfr. nota 44 e testo relativo), mentre una sintesi efficace mi pare riconoscibile nel concetto di semioforo applicato alla fotografia, per quanto di cultura vi è nella sua produzione (determinata anche nella manifestazione concreta dell’atto-traccia da quello che Flusser ha chiamato “apparato”) e nella sua percezione, sempre storicamente mediata (cfr. nota 11 e testo relativo).

[12] Paola Carucci, Il documento contemporaneo: Diplomatica e criteri di edizione. Roma: NIS, 1987, p. 14.

[13] André Rouillé, La photographie. Paris: Gallimard, 2005, pp.25-26, che così prosegue: “Il valore documentario dell’immagine fotografica poggia sul suo dispositivo tecnico, ma non è garantito da questo. Esso varia in funzione delle condizioni di ricezione dell’immagine e delle convinzioni che si hanno su di essa. La registrazione, il meccanismo, il dispositivo contribuiscono a sostenere queste convinzioni, a consolidare la fiducia, a sostenere il valore, senza mai garantirli completamente. (…) Questa metafisica della rappresentazione, che si fonda tanto sulle capacità analogiche del sistema ottico quanto sulla logica dell’impronta del dispositivo chimico, conduce a un’etica della precisione e a un’estetica della trasparenza.”, Ivi, p. 73. Qui Rouillé pare non saper distinguere tra “valore documentario” (che può essere nullo, e che è inevitabilmente determinato dal variare del contesto storico culturale) e natura documentale della fotografia. Ricordo che, salvo diversa indicazione, le traduzioni dei testi di cui non è disponibile un’edizione italiana sono di chi scrive.

[14] Carucci 1987, p.14. La definizione non potrebbe essere più chiara e convincente, sebbene io consideri una necessità, e non una mera possibilità, l’analisi dei canoni adottati nella realizzazione del documento. Così se è vero che il documento iconografico prima di essere utilizzato quale “prova storica indubitabile” deve essere “liberato (…) da un complesso di superfetazioni – strumentali, sociali, corporative, di convenzione accademica – immancabilmente aggregate intorno al gesto creativo ed espressivo dell’artista” (Giovanni Romano, Iconografia e riconoscibilità, “Casabella”, 64 (1991), n.575/576, gennaio, p. 26), è innegabile che, oltre l’uso puramente referenziale della fonte, sia invece indispensabile per il procedere dell’indagine storiografica riconoscere e analizzare proprio quelle “superfetazioni” che costituiscono le condizioni che ne hanno determinato le stesse forme di esistenza, sino a “passare attraverso la mediazione della coscienza dell’autore della fonte.”, (Witold Kula, Riflessioni sulla storia, [1958]. Venezia: Marsilio, 1990 p.31, citato in De Luna 2001,  p.137). Per ricondurci al nostro contesto, risulta allora legittimo dire che “Ben più che un ‘è stato’ dell’oggetto, la fotografia attesta un ‘è stato vissuto’ dal fotografo” (Serge Tisseron, Le mystère de la chambre claire. Parigi: Flammarion / Les Belles Lettres, 1996, in Dondero 2008, p. 51), ma anche che “la fotografia riproduce meno di quanto non produca; o – piuttosto – essa non riproduce senza produrre, senza inventare, senza creare, artisticamente o meno, del reale; mai in alcun caso il reale”  (Rouillé 2005, p.169, corsivi dell’autore), senza per questo rinunciare al riconoscimento della sua natura di segno indicale.  Pur tenendomi prudentemente lontano dalle sirene del decostruzionismo ad libitum, per il quale “il senso non è immanente al testo, ma alla pratica di interpretazione” (François Rastier, Art et sciences du texte. Paris: Puf, 2001 – trad. it. Arti e scienze del testo. Roma: Meltemi, 2003, in Dondero 2008, p. 54) ovvero che “il segno deve essere studiato ‘sotto cancellatura’ [essendo] sempre già ‘occupato’ dalla traccia di un altro segno che non appare mai come tale; [ragione per cui] la semiologia deve lasciare il passo alla grammatologia” (Gayatri Spivak, Translator preface, in Jacques Derrida, Of Grammatology. Baltimora: Johns Hopkins University Press, p. xxxix, in Geoffrey Batchen, Each Wild Idea: Writing Photography History.  Cambridge, Massachusetts – London: The MIT Press, 2002, p. 204, nota 36), sono convinto che la costante consapevolezza del documento come sistema complesso (nella sua costituzione) e aperto, nella sua ricezione e interpretazione, debba costituire la condizione fondante della strumentazione metodologica applicata allo studio della fotografia (ciò di cui si sente particolarmente il bisogno), ma che le riflessioni che da questa nascono possano essere feconde per tutta la riflessione storiografica sui documenti e quindi sulle fonti. Si vedano a questo proposito i diversi interventi contenuti nel numero monografico di “History and Theory” e in particolare le riflessioni della curatrice Jennifer Tucker: “Piuttosto che postulare una mancanza di ‘esperienza’ o di ‘metodo’ nell’uso delle fotografie [da parte degli storici], sarebbe forse più rilevante considerare la fotografia in relazione alla complessità dell’uso storico di qualsiasi documento. Ciò che dovrebbe essere chiaro in questo contesto è che le fotografie non sono né più né meno trasparenti di ogni altra fonte documentaria. (…) in altre parole, le fotografie non si limitano a mettere semplicemente in evidenza le potenzialità e i limiti della fotografia quale fonte storica, ma le potenzialità e i limiti di tutte le fonti storiche e dell’indagine storica quale progetto intellettuale. Così questa è precisamente la promessa e la maggiore potenzialità insita nello studio storico delle fotografie: che spinge i suoi interpreti ai limiti dell’analisi storica.”,  Jennifer Tucker, con Tina Campt, Entwined Practices: Engagements with Photography in Historical Inquiry,  “History and Theory”, 50 (2009), n. 48, December, Theme Issue, pp. 1-8 (5).

[15] Nonostante l’inevitabile, superficiale assonanza è indispensabile ribadire che contenuto documentario, valore documentario e stile documentario non hanno tra loro relazioni privilegiate né tanto meno predefinite. Sull’affermarsi nella cultura fotografica internazionale del termine “documentario” nelle sue molteplici accezioni si vedano Lugon 2001; John Tagg, The Disciplinary Frame. Photographic Truths and the Capture of Meaning, Minneapolis – London, University of Minnesota Press, 2009. Nel ricostruire la fortuna critica del termine, che entrambi gli autori datano al terzo o quarto decennio del Novecento, questi non hanno però tenuto conto – per ragioni non immediatamente comprensibili – del fondamentale e fondativo dibattito ottocentesco: nell’ultimo decennio del secolo numerosi furono gli enti e le istituzioni europee e statunitensi specificamente dedicate alla “fotografia documentaria”, la cui nascita costituì di fatto il precedente e il presupposto del dibattito e dei progetti del secolo successivo. Tra i primi contributi in tal senso rimando a Alfred Liégard,  La question de la photographie documentaire, in “La Fotografia Artistica”, 2 (1905), n. 6-7, giugno-luglio, pp. 6-7.

[16] In questa prima stagione era proprio il suo statuto di documento, e non di rappresentazione, ad attrarre operatori, pubblico e critici, nella convinzione comune che fosse “compi­to della pittura (…) quello di creare, della fotografia di copiare e riprodurre” (Antoine  Claudet, La photographie dans ses relations avec les Beaux-Arts,  discorso letto alla Photographic Society of Scotland, poi pubblicato in “Gazette des Beaux-Arts”, 9 (1861), pp.101-114). Era infatti opinione diffusa che questa potesse restituire “le esatte apparenze della forma, ma non isprigionare dall’intelletto l’i­dea.”, Pietro Estense Selvatico, Sui vantaggi che la fotografia può portare all’arte, 1852, in Id., Scritti d’arte. Firenze: Barbera, Bianchi e C., 1859, pp. 338-339, ora in Carlo Bertelli, Giulio Bollati, L’immagine fotografica 1845-1945: Appendice di testi e documenti, “Storia d’Italia – Annali”, 2.2. Torino: Einaudi, 1979, pp.233-235.

[17] Tra le innumerevoli fonti bibliografiche che riproducono questa notissima fotografia segnalo il solo Helmut Gernsheim, Le origini della fotografia. Milano: Electa, 1981, p.49, mentre rimando a Geoffrey Batchen, Le Noyé, in Id., Burning with Desire: The Conception of Photography. Cambridge Massachusetts – London:The MIT Press, 1997, pp.157-173 per una affascinante lettura critica e  per la riproduzione del testo. A partire da Bayard la storia fornisce innumerevoli e precoci esempi di confutazione del “pregiudizio realista” della fotografia tra i quali mi piace ricordare almeno il doppio autoritratto spiritista di Francesco Negri, 1870 ca, cfr. P. Cavanna, Il Fondo Fotografico della Biblioteca Civica di Casale ed una mostra, “Fotologia”, n.14/15, 1992, pp. 46-53 (46).

[18] Archivio storico della Societé Française de Photographie, Paris, n. 0024.269.

[19] Carucci 1987, p.27. Vorrei far notare che eliminando il qualificativo “giuridico” – per altro fondamentale per la diplomatica – e facendo corrispondere la “storicità del contenuto” al referente, questa considerazione si può applicare anche alla fotografia.

[20] Mi pare interessante sottolineare come la loro determinazione corrisponda di fatto alla catalogazione critica del fototipo, cioè alla sua descrizione (autore, data, materia e tecnica) e alla sua interpretazione (riconoscimento del contenuto e sua veridicità).

[21] Tra le innumerevoli, possibili esemplificazioni di questi nessi rimando a una delle più note fotografie di William Eggleston, The Red Ceiling, 1973, a proposito della quale lo stesso autore notava: “Quando ne osservi una stampa dye-transfer, sembra sangue rosso fresco sulle pareti.  Questa fotografia era come un esercizio di Bach per me, poiché sapevo che il rosso era il colore più difficile con cui lavorare.”, William Eggleston, Ancient and Modern. New York: Random House, 1992, pp. 28-29. Quel richiamo è stato poi criticamente sviluppato da Mark Holborn, per il quale “la campitura rossa ha un peso emotivo; è come se il soffitto stesse sanguinando. Qui, il colore rafforza il riferimento della struttura visuale alla bandiera della Confederazione; metaforicamente, un campo di sangue.” Mark Holborn, William Eggleston, Democracy and Chaos,  “Artforum”, 36 (1988), n.10, Summer, p. 91,  citato in William Eggleston: Democratic Camera, Photographs and Video, 1961-2008, catalogo ella mostra (New York – Whitney Museum, Monaco – Haus der Kunst, 2008),  Elisabeth Sussman, Thomas Weski, eds. New York – Monaco, Whitney Museum – Haus der Kunst,  2009, p. 12.

[22] Si veda Signorini 2009, p. 223.

[23] Uso qui i termini in modo ingenuo/ convenzionale senza addentrarmi (per manifesta incompetenza) nel ginepraio delle questioni poste dalle scuole semiotiche di derivazione greimasiana, che tendono a considerare inappropriata o comunque irrilevante la questione ontologica (l’in sé della fotografia) per spostare l’accento sulla sua semiotica testuale e ricettiva (vedi anche nota 11), partendo dalla constatazione – innegabile – che affinché si dia un segno occorre necessariamente la presenza di una funzione interpretante (di qualcuno che lo interpreti come tale) e che lo stesso Peirce, ad esempio in Of Reasoning in General, in Id., Short Logic, I, 1895 (in Signorini 2009, p. 151-155), ha parlato di indice, icona e simbolo, come rappresentazioni, cioè come azioni (che ci riguardano) e non come proprietà di entità che ci sono esterne. Resta però a mio avviso indispensabile provarsi a definire le caratteristiche distintive della Fotografia per riuscire a comprendere le diverse strategie  – storicamente determinate – che la riguardano.

[24] Charles S. Peirce, On Existential Graphs, 1903 ca, in Signorini 2009, pp. 174-177.

[25] 1895: “Una fotografia è un’icona” ; 1896: “L’icona, che è la fotografia della quale l’indice costituisce la legenda (…)”. Salvo diversa indicazione le citazioni sono tratte da Signorini 2009, pp. 210-215.

[26] Vedi nota 24.

[27] Alfred Liégard,  Le document et l’Art, “La Fotografia Artistica”, 2 (1905), n. 1, gennaio, pp. 8-10.

[28] Citato in Walter Benjamin, Kleine Geschichte der Photographie, “Die literarische Welt”, 1931,  (trad. it. Piccola storia della fotografia, in Id., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Torino: Einaudi, 1966, pp.59-79: 75)

[29] Lazlo Moholy-Nagy, in Lugon 2001, p. 70. Le Norme tecniche e d’impiego del servizio fotografico terrestre ed aereo emanate dal Comando supremo italiano nel 1918 mostravano invece di temere la deriva ‘artistica’ dei loro operatori, tanto da imporre che non si dovesse tenere alcun conto “dell’aspetto più o meno artistico che, in base a tale scelta, può assumere il panorama stesso”,  cfr. Antonio Zandonati, Il Servizio fotografico nell’esercito italiano durante la Grande Guerra, in Tiziano Bertè, Antonio Zandonati, Il fronte immobile. Fotografie militari italiane dal monte Baldo al Cimon d’Arsiero. Rovereto: Museo Storico Italiano della Guerra, 2000, pp.9-20 (16). È appena il caso di ricordare qui le posizioni di Giuseppe Pagano, di Carlo Mollino e ancor prima di Boggeri che, nel generoso tentativo di trapiantare in Italia i canoni della nuova visione tra costruttivismo e Bauhaus  indicava “lo spostamento del punto di vista dell’obiettivo: in alto e sopra la scena (e ciò in seguito ai risultati stupefacenti ed allo studio delle fotografie prese dall’aeroplano) e quindi in basso e al di sotto, secondo la conseguente teoria dei contrari.”,  Antonio Boggeri, Commento, in “Luci ed ombre. Annuario della fotografia artistica italiana”. Torino: Il Corriere Fotografico, 1929, pp. 9-16.

[30] Alberto Rossi, Fotografia come arte, in “Luci ed ombre. Annuario della fotografia artistica italiana”. Torino: Il Corriere Fotografico, 1933, pp. IX-XVIII (XIV).

[31] Walker Evans, 1971, qui ripreso da Lugon 2001, p. 19, che ha opportunamente definito la “neutralità documentaria” nulla più che un’apparenza. Anche per un interprete raffinato come Ghirri “Tutto all’interno delle sue fotografie sembra naturale.”, Luigi Ghirri, Le carezze fatte al mondo di Walker Evans, in “Gran Bazaar”, n. 46, ottobre-novembre 1985, pp. 18-19, ora in Id., Niente di antico sotto il sole: Scritti e immagini per un’autobiografia, a cura di Paolo Costantini, Giovanni Chiaramonte. Torino: Società Editrice Internazionale, 1997, pp.70-71, sottolineatura dell’autore; notazione tanto affascinante quanto problematica, dove “naturale” credo debba essere inteso nella doppia accezione di realizzato con naturalezza, ma anche – e insieme – di trasparenza, elemento da cui emergono le cose per quello che sono. O, almeno, “sembra”.

[32] Lewis Baltz, The New West by Robert Adams,  “Art in America”, 63 (1975), n. 2, March-April, p.41, in De Chassey 2006, p.152.

[33] Lewis Baltz, I want my work to be neutral and free from aesthetic or ideological posturing, in Carol Di Grappa, ed., Ladscape Theory. New York: Lustrum Press, 1980, p.26, in De Chassey 2006, p.153. Il riferimento esplicito è W. Evans, 1971 (vedi nota 5), che a sua volta si rifaceva a Flaubert (“L’assenza dell’autore, la non soggettività”), ma queste affermazioni hanno il sapore di una regressione. In Evans c’era la consapevolezza che si trattasse di uno ‘stile’ mentre Baltz, nonostante le buone intenzioni programmatiche, è proprio di un’ideologia che si appropria, quella mitica della neutralità oggettiva, della fotografia trasparente; mostra cioè di volersi ritrarre come autore proprio nel momento in cui definisce più precisamente il proprio ruolo, la sua presenza. Se proviamo a definire semioticamente lo stile documentario come quel modo di connotare le immagini in cui appare una corrispondenza massima tra indice e icona, tra registrazione e raffigurazione, con una rilevanza sostanzialmente nulla – in termini costitutivi – della componente simbolica, ne deriva che in questo dovrebbe essere il dispositivo a prevalere sull’autore, la componente materiale a vincolare quella culturale, ma allora: lo stile documentario non può esistere in sé, proprio in quanto scelta d’autore. Dove c’è volontà d’autore non può esservi stile documentario, ma può esserci – c’è – documento, poiché l’immagine risultante non può prescindere dalla messa in ordine della visione imposta e concessa dall’apparato fotografico, dalla sintassi propria della fotografia in quanto immagine ottica. Analogamente, il fatto che la fotografia sia (anche) indice non la riduce per ciò stesso a essere trasparente, oggettiva, a-narrativa. Semmai è proprio nella tensione tra queste polarità che risiedono tutte le sue potenzialità. Anche dal punto di vista ottico lo “stile documentario” è l’esempio massimo di convenzione, di finzione che si mostra autentica e come naturale: basti ricordare come il cono visivo che penetra il corpo della macchina venga ridotto sul piano a una innaturale per quanto ragionevole figura angolare, imponendo che una parte dell’immagine si riversi su superfici insensibili. Un furto, una perdita irreparabile della quale neppure ci rendiamo conto, ingenuamente certi che tutto accada entro i rassicuranti margini della ‘inquadratura’. Il cerchio è la forma dell’immagine pura. La sola che noi conosciamo (inconsapevoli), riversa al fondo del nostro occhio. È la figura primaria corrispondente alla formazione ottica di ogni immagine: analogamente a quanto accade nella proiezione retinica, non esiste figura rettangolare che racchiuda l’immagine proiettata da un sistema ottico. Dal foro stenopeico a qualsivoglia sistema di lenti, l’area della proiezione è sempre circolare: solo le convenzioni storico culturali e alcune difficoltà tecnologiche (quindi culturali anch’esse, ovvio) hanno fatto sì che anche la fotografia fosse comunemente racchiusa tra quattro angoli retti.

[34] Lugon 2001, p. 156. Per quanto risaputo, credo sia necessario ribadire che questa condizione costituisce la base di tutta la fotografia nominalmente documentaria (giudiziaria, scientifica e simili), nella quale la scelta non si opera per ragioni di stile ma normative: “Abbiamo trattato le nostre macchine fotografiche come strumenti di registrazione e non come apparecchiature per illustrare le nostre tesi” ha detto Gregory Bateson, a proposito del lavoro fatto con Margaret Mead a Bali (circa 25.000 scatti), cfr. Elizabeth Edwards,  Antropologia, in Robin Lenman, ed., Oxford Companion to the Photograph. New York: Oxford University Press, 2005 (edizione italiana a cura di Gabriele D’Autilia, Dizionario della fotografia. Torino: Einaudi, 2008, I, pp. 31-34: 32).  In questi ambiti la fotografia è intesa e utilizzata quale strumentazione scientifica in grado di fornire dati misurabili. All’indagine storico critica il compito di comprendere le ragioni per cui l’indicalità fotografica costituisca un dato positivamente acquisito in ambito scientifico e contemporaneamente negato in ambito espressivo e artistico, pur facendo ricorso alla stessa tecnologia. Non sono quindi i suoi principi a essere posti in discussione, ma gli usi e i canoni. Basti pensare alla diversa qualificazione del ruolo dell’autore, a cui nella fotografia documentaria non è dato di scegliere (meno che mai di ritrarsi), mentre nella fotografia ‘artistica’ questo comportamento si dà come alternativa possibile, scelta stilistica che ne ribadisce il ruolo e la presenza in absentia. Autorialità e crisi documentaria: se per la cultura delle origini della fotografia la sua fedeltà al vero si fondava sul prevalere della ‘natura’ sull’uomo, fu l’affermarsi della fotografia come immagine e l’inscindibile affermazione della figura dell’Autore a mettere in discussione e in crisi la (concezione della) fotografia come documento, sebbene nel solo ambito ristretto della fotografia ‘artistica’. Nessun tecnico di laboratorio, nessun operatore dei grandi studi internazionali attivi nel campo delle riproduzioni d’arte, della fotografia industriale e simili ha mai messo in dubbio questa accezione, prodigandosi semmai per individuare e adottare le migliori soluzioni tecniche e tecnologiche necessarie a che il compito potesse essere svolto nel migliore dei modi. Più interessante risulta oggi il riconoscere una valenza etica “nel ricorso a forme di immagini che propongono un concentrato di umiltà, di distanza riflessa e di audacia a privilegiare una forma ornata di virtù di fondo. Il documento è una risposta al mondo delle immagini sul terreno stesso delle immagini, forse il solo mezzo per opporsi al regno assoluto dello spettacolo. (…) è quindi un’utopia (…) il documento incarnerebbe così ‘l’ultima immagine’. L’ultima immagine possibile dopo le disillusioni e i dogmatismi (…) un’esperienza limite che contiene la promessa di una rivoluzione. (…) La potenza speculativa del documento risplende al giorno d’oggi come la sintesi improbabile di rappresentazione e informazione.”, Michel Poivert, La photographie contemporaine. Paris: Flammarion, 2002, p.140.

[35] In ambito fotografico, per fototipo si intende un’immagine positiva o negativa visibile e stabile ottenuta dopo esposizione e trattamento di uno strato fotosensibile.

[36] Si pensi alla riproduzione Alinari del dipinto di Lorenzo Lotto, Ritratto di giovane, 1505, conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze: un caso esemplare di documento fotografico se mai ve ne fu uno. Il confronto con l’opera di Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto, fotografia su tela emulsionata, 30×24, da Ricostruzione nello spazio e nel tempo del punto occupato dall’autore (1505) e (ora) dall’osservatore di questo quadro, 1967, spalanca però all’improvviso l’abisso del contesto: le due immagini – identiche (specie in una qualsiasi versione a stampa) – sono portatrici di informazioni per la gran parte radicalmente diverse, pur condividendo lo stesso contenuto referenziale, corrispondente al dipinto di Lotto, alle sue condizioni di esistenza in un momento dato e al livello tecnologico della riproduzione monocroma di un dipinto.

Un’eco della suggestione concettuale dell’opera di Paolini risuona anche nell’incipit de La camera chiara: “in quel momento, con uno stupore che da allora non ho mai potuto ridurre, mi dissi: ‘Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’Imperatore’.”,  Barthes 1980, p. 5.

[37] Per questa ragione non potrei essere più lontano dalle posizioni di chi sostiene che “non sono i segni – e a maggior ragione le loro tipologie – a interessarci; sono le forme significanti, i sistemi di relazioni che fanno di una fotografia, come di ogni immagine o di ogni testo, un oggetto di senso”, come se le due posizioni fossero antitetiche e inconciliabili. Soprattutto mi pare infondato sostenere che “il voler a ogni costo definire lo specifico della Fotografia impedisce di lavorare sulle fotografie e nega ogni possibilità, ogni probabilità, di smentire il suo a priori. Parlare di Fotografia, come di Pubblicità, significa accettare il taglio socio-culturale, dunque relativo e storico, dei linguaggi e dei mezzi di espressione. Cercare la loro specificità significa, tutt’al più, esplicitare un sistema connotativo.”, Jean-Marie Floch, Les formes de l’empreinte. Périgueux: Fanlac,  1986 (edizione italiana a cura e con traduzione di Luisa Scalabroni,  Forme dell’impronta. Roma: Meltemi, 2003) pp. 8-9. In parte diverse sono le ragioni di dissenso nei confronti delle riflessioni di John Tagg, sebbene complessivamente più stimolanti e articolate. “Il medium della fotografia non era dato e uniforme. Costituiva sempre un esito localizzato, l’effetto di una particolare delimitazione del campo discorsivo, la funzione di uno specifico apparato o macchina, nel senso in cui Foucault ha utilizzato questi termini. Il medium doveva essere costituito e venne definito in maniera molteplice. (…) Il medium non è qualcosa di semplicemente dato. Deve essere costituito, e deve essere istituito. E non è istituito uniformemente e omogeneamente, ma, piuttosto, in modo discontinuo, localizzato ed eterogeneo, quale proprietà di particolari strutture istituzionali e quale effetto di  specifiche delimitazioni del campo discorsivo.”, Tagg  2009, p. XXVIII, p. 15. Il riferimento, condiviso con Batchen, alla lezione magistrale di Foucault, il quale si proponeva di definire gli oggetti senza far riferimento al loro fondamento, ma mettendoli in relazione con il corpus di regole che consente loro di formarsi come oggetti di un discorso e porre così le condizioni per la loro comparsa storica, è prezioso, ma mi pare che proprio la possibilità del medium fotografico di costituirsi localmente in contesti e modi diversi non possa che essere fondata (e storicamente data) su quello che a suo tempo Barthes ha individuato quale noema della Fotografia. Voler negare questo dato sarebbe come dire che non riconosco legittimità o rilevanza ai principi della termodinamica perché il mio ambito di studio sono le funzioni storiche e sociali delle ferrovie. Non credo sia possibile comprendere dal punto di vista storico culturale “i sistemi di relazioni che fanno di una fotografia un oggetto di senso” senza interrogarsi, e capire, cosa sia la Fotografia, perché solo a questa condizione sono in grado di identificare geneticamente le ragioni e i modi del suo essere nella storia e nella cultura, nella cultura storica.

[38] “Talvolta vengo definito un ‘fotografo documentario’ – proseguiva Evans – ma questo presuppone la consapevolezza della sottile differenza che ho appena enunciato, che è piuttosto nuova. Si può agire in base a questa definizione e ricavare un piacere maligno dall’invertire i termini. Spesso faccio una delle due cose mentre si crede che stia facendo l’altra”, in Katz 1971, p. 87. Alla luce di queste dichiarazioni risulta criticamente infondato, per non dire gratuito, l’accanirsi nel verificare lo stato attuale dei luoghi a suo tempo ripresi da Evans. Più appropriata e fruttuosa ci pare la sua definizione, di poco precedente, dell’apparecchio fotografico come “incredibile strumento di realismo simbolico”, Walker Evans, Photography, 1969, ora in Mike Weaver, ed., The Art of Photography 1839-1989. London: The Royal Academy of Arts, 1989, p.301. In termini più complessi un analogo concetto è stato sviluppato da Flusser, che ha definito l’immagine tecnica quale apparato destinato a produrre simboli, e di cui i fotografi non sono che “funzionari” che “dominano un gioco di cui non sono competenti.”, Flusser 1987, p.  31. Anche l’interpretazione antropologica, sintetizzando una lunga serie di riflessioni, ha riconosciuto come “rispetto all’ideologia (…) la fotografia offra informazioni insostituibili. Essa è infatti strumento di formazione e trasmissione di forme simboliche, ma è essa stessa forma simbolica della realtà, costruita attraverso procedimenti sofisticati di codificazione.”, Francesco Faeta, Wilhelm von Von Gloeden: per una lettura antropologica delle immagini, “Fotologia”, n. 9, maggio 1988, pp. 88-104. Mi pare invece appropriata la qualificazione di stile documentario per molte produzioni artistiche di area concettuale, in particolare per quelle in cui entra in gioco l’elemento di archivio o la classificazione tipologica, come in Christian Boltanski e nei coniugi Becher, ma anche per le Esposizioni in tempo reale di Vaccari, nelle quali si ritrova, pur nelle diverse forme e intenzioni espressive, una evidente coerenza tra ‘stile’  (qui ‘documentario’) e intenzioni progettuali e discorsive.

[39] Da una lettera di Farham Maxwell Lyte al “Moniteur de la Photographie” del 15 novembre 1861, in Bernard Marbot, Des ciels dans les paysages photographiques, dossier della mostra Quand passent les nuages ( Paris, Bibliothèque nationale, 1988), consultabile all’indirizzo  http://expositions.bnf.fr/legray/reperes/nuages/index.htm   (11-05-2011). L’esempio più noto di questa pratica è certo la Vallée de l’Huisne  (River Scene, France) che  Camille Silvy espose al Salon parigino del 1859, cfr. Mark Haworth-Booth, Camille Silvy: River Scene, France. Los Angeles: Getty Museum Studies on Art, 1993; Id., Camille Silvy: Photographer of Modern Life 1834-1910. Los Angeles: Getty Trust Publications, 2010.

[40] Piazzetta della chiesa con muli, 1890, stampa all’albumina con fotomontaggio, ritocchi e annotazioni, prova di stampa per Vittorio Sella, Domenico Vallino, Monte Rosa e Gressoney. Biella: Amosso, 1890, t.36, Biella, Fondazione Sella.  Questa fotografia è stata pubblicata anche da Piergiorgio Dragone, La fotografia di Vittorio Sella, in Id., Pittori dell’Ottocento in Piemonte. Arte e cultura figurativa 1865-1895. Torino: Banca CRT, p. 275. Per altri fotomontaggi di Sella vedi Vittorio Sella: Fotografia e montagna nell’Ottocento, catalogo della mostra (Torino, Museo Nazionale della Montagna, 12 dicembre 1982-6 febbraio 1983; Aosta, Tour Fromage, 20 febbraio-10 aprile 1983) a cura di Claudio Fontana. Torino – Ivrea: Museo Nazionale della Montagna –  Priuli & Verlucca, 1982. Sulla figura di Vallino rimando a P. Cavanna Gli “Album di un alpinista”, “ALP”, 11 (1995),n.122, pp. 124-127. Analoghe pratiche di verosimiglianza segnarono anche molta fotografia modernista, come fu ad esempio per Cesare Giulio, cfr. Sul limite dell’ombra. Cesare Giulio fotografo, (Torino, Museo nazionale della Montagna, 17 maggio – 7 ottobre 2007), a cura di P. Cavanna. Torino: Museo nazionale della Montagna, 2007. Anche la fotografia etnografica propriamente detta, dietro e oltre una metodologia connotata da precise intenzioni documentarie lascia emergere pratiche meno lineari, che non escludono il ricorso all’artificio, quale ad esempio la ricostruzione della scena fotografata; cfr. Francesco Faeta, Fotografi e fotografie: uno sguardo antropologico. Milano: Mazzotta, 2006 e, per l’analisi di un caso specifico, P. Cavanna, Di un viaggio in Italia, passando per il Piemonte, in Sabina Canobbio, Tullio Telmon, a cura di, Paul Scheuermeier. Il Piemonte dei contadini 1921-1932, II. Ivrea: Priuli & Verlucca, 2008, pp. 319-331.

[41] Basso Fossali 2008, p. 15. Un’efficace testimonianza di quanto possa essere osmotico (quindi problematico e attraente) il confine che delimita l’area del documento fotografico è costituita da questa dichiarazione di Jeff Wall a proposito di Man with a Rifle, 2000, frutto della sintesi digitale di dieci distinte riprese: “Penso sia evidente che tutte le parti  assemblate per realizzare Man with a Rifle sono esempi di fotografia diretta [straight photography]; eccetto la performance dello sparatore (…) la maggior parte sono fotografie documentarie. (…) è anche importante notare che la cosiddetta ‘azione drammatica’ nell’immagine è una ricostruzione il più possibile precisa di un istante che accadde in strada, nella quotidianità. È parte della quotidianità, non è inventata.”, cfr.  Friederich Tietjen, Interview with Jeff Wall, “Camera Austria”, 24 (2003), n. 82, pp. 6-18.

[42] Vedi nota 24. La questione dell’atto culturale del riconoscimento non é però così semplice né così scontata. Sono note non poche esperienze etnografiche e antropologiche in cui l’immagine fotografica risulta priva di valore indicale poiché non viene neppure riconosciuta come icona (cfr. Vittorio Lanternari, Sensi, in “Enciclopedia”, v. 12. Torino: Einaudi, 1981, pp. 730-765). Questo fatto ha costituito per un certo tempo uno degli elementi a sostegno della definizione della fotografia quale messaggio codificato, mentre d’altro canto alcune ricerche di neuropsichiatria infantile hanno dimostrato che “il bambino dal terzo mese in poi non solo è in grado di riconoscere la madre tra le altre persone quando essa è presente, ma la riconosce anche in fotografia.”, Maria E. Barrera, Daphne Maurer, Recognition of mother’s photographed face by the three-month-old infant, “Child Development”, 52 (1981), n. 2, giugno, pp. 714-716, citato in Nicola Peluffo, Immagine e fotografia. Roma: Borla, 1984, p.13, nota 3. Altrettanto significativi i casi in cui la decifrazione dell’immagine fotografica, cioè il riconoscimento del suo contenuto indicale è reso problematico da ragioni percettive, di percezione della forma in particolare. Quando l’icona gioca con le nostre convenzioni rappresentative, improvvisamente risulta difficile stabilire di cosa, di quale referente quell’immagine sia indice e traccia. Si veda, a puro titolo di affascinante esempio la sequenza di Duane Michals, Things Are Qeer (Le cose sono strane), 1973 (cfr. Jonathan Weinberg, Things are Queer, “Art Journal”, 55 (1996), dicembre  , ora consultabile all’indirizzo  https://www.academia.edu/10840375/Things_are_Queer  – 22 12 2022). La questione resta quindi per molti versi ancora aperta, ma il fatto che in un determinato contesto o in certe condizioni di ricezione il riconoscimento divenga problematico sino a far perdere lo specifico statuto di segno non mi pare che possa di per sé inficiarne la primaria natura indicale. Non è la mancata comprensione da parte di un particolare interprete a stabilire la specificità del segno. Più difficile valutare le conseguenze in termini di analisi culturale del precoce riconoscimento infantile della raffigurazione fotografica come analogo del reale, a meno di sottolineare come questo prendesse corpo – letteralmente – nella figura della madre, come suggerisce anche l’episodio descritto dall’antropologo Melville Herskövits riportato da Allan Sekula, On the Invention of Photographic Meaning,  “Art Forum”, 13 (1975), n. 5, gennaio, pp. 36-46, ora in Victor Burgin, ed., Thinking Photography.  London: Macmillan, 1982. Anche le riflessioni ultime che Barthes ha dedicato alla fotografia ne La camera chiara si sono dipanate dal groviglio del rapporto proustiano con la madre.

[43] Jean-Marie Schaeffer, L’image précaire. Du dispositif photographique. Paris: éditions du Seuil, 1987, p. 111, (edizione italiana a cura e con traduzione di Marco Andreani, Roberto Signorini, L’immagine precaria: Sul dispositivo fotografico. Bologna: CLUEB, 2006). La funzione necessaria del riconoscimento è stata ribadita in termini più generali anche da Ricoeur, per il quale “la traccia lasciata è anch’essa un’impronta offerta alla decifrazione. Tuttavia, così come è necessario sapere – un sapere anteriore ed esterno – che qualcuno ha coniato la cera con il sigillo, è necessario sapere che un animale è passato di là, addirittura saper distinguere la traccia di un cinghiale da quella di un capriolo. Così l’enigma dell’impronta si ripete in quello della traccia; è necessario un sapere teorico preliminare riguardo le abitudini di chi ha lasciato la traccia, e un sapere pratico riguardo l’arte della decifrazione della traccia, che, solo allora, funge da effetto-segno del passaggio che ha lasciato la traccia.”, Paul Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato. Bologna: il Mulino, 2004, pp.12-14. Pur senza addentrarci qui in una problematica tanto affascinante quanto complessa, segnaliamo almeno la suggestione linguistica e quindi concettuale che lega i termini traccia, testimonianza (prediletta da un freudiano come Ricoeur) e documento in ambito storico e fotografico. Se – con Marc Bloch – ogni testimonianza storica è “traccia” del passato, allora ogni fotografia è traccia di una traccia.  In questo orizzonte risulta particolarmente stimolante e produttiva la lettura in parallelo, a cui qui non posso far altro che invitare, dei testi di Ricoeur, di Georges Didi-Huberman, La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell’impronta. Torino: Bollati Boringhieri, 2009 e di Jean-Christophe Bailly, L’istante e la sua ombra. Milano: Bruno Mondadori, 2010.

[44] Schaeffer 1987, p. 111. Queste posizioni sono state polemicamente contestate da André Rouillé: “Di fatto, se c’è del vero in una fotografia – documento, non è in ragione di una corrispondenza, e neppure di un adeguamento alle cose. La porzione di verità che può essere accreditata all’immagine risiede meno nella sua somiglianza con le cose che nel contatto che stabilisce con quelle. Si tratta di una modalità nuova della verità: una verità per contatto invece che per somiglianza.  In termini peirciani, la verità fotografica è più indicale (indiciaire) che iconica. L’impronta prevale sulla mimesi. O, piuttosto, la mimesi descrive mentre l’impronta attesta. È precisamente questa dialettica tra descrizione (ottica) e attestazione (chimica) che costituisce la forza della fotografia, e non la sua precarietà come crede  Jean-Marie Schaeffer nella sua opera L’Image précaire. Du dispositif photographique.”, Rouillé 2005, p. 118, che non ha però voluto tenere nel debito conto il fatto che il processo ricettivo stabilito da Schaeffer accoglie in pieno la concezione indicale di Peirce.

[45] Ricoeur 2004, p.19.

[46] Roberto Signorini, Arte del fotografico. Pistoia: Editrice C.R.T., 2001, p. 112.

[47] Batchen 2002, pp. viii-ix.

[48] Ivi, p. 106.

[49] Vedi nota 24.

[50] Michel Foucault, L’Archeologie du savoir. Paris: Gallimard, 1969, p. 15.

[51] Jacques Le Goff, Documento/Monumento,  in “Enciclopedia”, v. 5, 1978, pp.38-48, ora in  Id., Storia e memoria. Torino: Einaudi, 1982, pp.443-456. È interessante e utile accostare queste considerazioni a quelle espresse circa gli stessi anni da Barthes a proposito della fotografia, che “essendo per natura tendenziosa (…) può mentire sul senso della cosa, ma mai sulla sua esistenza.” (Barthes 1980, p. 87) In un ambito più circoscritto, anche Schaeffer 1987, p. 158, ha notato come “l’arte fotografica in quanto istituzione museale, sembra oscillare in permanenza tra il documento e il monumento.”

[52] Paolo Fossati, Appunti sull’autore e sul suo libro, in Angelo Schwarz, La fotografia tra comunicazione e mistificazione. Ivrea: Priuli & Verlucca, 1980, p. 12. La posizione espressa da Fossati rispecchia quella di un altro intellettuale, anch’egli torinese ed einaudiano, come Giulio Bollati che nell’aprire gli Annali della “Storia d’Italia” dedicati alla fotografia dichiarava programmaticamente di voler situare quel libro “in una zona intermedia dove è lecito sperare che l’indeterminatezza favorisca effetti di alone utilizzabili dall’uno e dall’altro punto di vista.”, Giulio Bollati, Note su fotografia e storia, in Bertelli, Bollati 1979, pp. 3-55 (5).

[53] Per queste ragioni risulta indispensabile riflettere anche sulla “questione dell’unità di misura basilare della fotografia, che storici e commentatori hanno comunemente inteso essere la singola immagine, come se la storia della fotografia fosse una storia della pittura in miniatura.”, Ian Jeffrey, Photography. A concise History. London: Thames and Hudson, 1981, p. 7.

[54] Philippe Dubois, L’acte Photographique. Bruxelles: Éditions Labor, 1983, (edizione italiana a cura di Bernardo Valli, L’atto fotografico, Urbino, Edizioni Quattro Venti, 1996, p. 53).

[55] Krzysztof Pomian, Histoire culturelle, histoire des sémiophores, in Jean-Pierre Rioux, Jean-François Sirinelli, dir., Pour une histoire culturelle.  Paris: Seuil, 1996, pp. 73-100 (trad. it., Storia culturale, storia dei semiofori, in Pomian, Che cos’è la storia. Milano: Bruno Mondadori, 2001, pp.129-155), che sintetizza la riflessione ventennale dell’autore intorno a questa categoria di “oggetti che non hanno utilità” ma sono “dotati di significato” in quanto “partecipano allo scambio che unisce il mondo visibile a quello invisibile”, in accezione non necessariamente metafisica, cfr. K. Pomian, Collezione, in “Enciclopedia”, v. 3. Torino: Einaudi, 1978, pp. 330-364.